IL PROCESSO @Cimitero Militare Germanico alla Futa: il Tribunale non assolve (mai)

data:

13/08/2026

Testata:

Gufetto

Autore:

Sandra Balsimelli e Leonardo Favilli

Argomento

IL PROCESSO

In questo rovente agosto 2026, che rende calda e ferma anche l’aria di solito fredda e rarefatta del cielo sopra il Cimitero militare della Futa, si conclude il viaggio in due tappe di Archivio Zeta dentro gli asfittici meandri della colpa e del giudizio de IL PROCESSO di Franz Kafka (leggi qui la recensione alla prima parte). Fino al 23 agosto, è possibile accompagnare la parabola discendente di Josef K, verso l’ineludibile epilogo di condanna e morte senza appello né spiegazione, parabola di una condizione universale di impotenza che intrappola ogni rotella del suo ingranaggio in oscure e implacabili procedure. Insieme ai bravissimi attori della compagnia, ormai di casa in questo scenario austero ed evocativo, percorriamo le tappe di questa china discendente ed itinerante, interrogandoci sul senso profondo della vita umana, solleticati dalla strisciante percezione che il mondo descritto da Kafka, assomigli in maniera sempre più precisa al nostro.

In chiusura una riflessione sulla indisponibilità dell’organizzazione amministrativa tedesca di proseguire con gli eventi teatrali presso il Cimitero Militare ed un focus sulla presentazione che ha preceduto la replica del 2 agosto dedicata al numero della rivista La Falena (produzione Teatro Metastasio di Prato) con uno speciale sui Teatri contro la guerra a cura di Rodolfo Sacchettini.

A cura di Sandra Balsimelli e Leonardo Favilli

IL PROCESSO: la (s)fiducia nella giustizia

Attori ed attrice de IL PROCESSO in scena negli spazi del Cimitero Militare Germanico al Passo della Futa (FI)
Il PROCESSO: una scena -fotografia di Franco Guardascione 

Josef K è stato accusato. Non sa di cosa e da chi ma è indubitabile: il tribunale procederà, l’inchiesta avanzerà, che lui voglia o no. Ritroviamo, a un anno di distanza, il protagonista, interpretato a turno dagli attori della compagnia (Pouria Jashn Tirgan, Mattia Bartoletti Stella, Giuseppe Losacco) e contrassegnato da un pesante cappotto nero con una grande K gialla cucita sulla schiena, sempre più affranto, nel tentativo a volte maldestro, di trovare una via d’uscita ad un meccanismo incomprensibile che, una volta azionato, nessuno sembra poter arrestare. La strategia di difesa è affidata a un goffo avvocato “azzeccagarbugli” (Gianluca Guidotti), pieno di malanni e clienti in attesa, ridotti ad atti di servilismo estremo pur di strappare la promessa di un esito favorevole mentre lui è impegnato in una paradossale manovra di celamento delle sue azioni legali perché “mai risvegliare l’attenzione” sul caso. Del resto il compimento del rito giuridico è meno importante dello scandalo e della conclamata gogna sociale.

Il circo dei personaggi

Attori ed attrice de IL PROCESSO in scena negli spazi del Cimitero Militare Germanico al Passo della Futa (FI)
IL PROCESSO: la scena finale – fotografia di Franco Guardascione 

Personaggi inquietanti e tutti apparentemente a conoscenza di dettagli ignoti al protagonista, popolano le sue lunghissime anticamere nei luoghi delle cancellerie del tribunale, che sembrano invadere, onnipresenti, ogni spazio pubblico e privato: la seducente e autoritaria segretaria dell’avvocato (Sofia Longhini), abile e spregiudicata marionettista dei suoi clienti e appuntamenti; il pittore del tribunale, (magistrale l’interpretazione di Enrica Sangiovanni), custode dei segreti e delle leggi del tribunale, intento a dipingere una dea della Giustizia che ricorda però un’Artemide cacciatrice, ambigua metafora carica di ineluttabilità; lo zio (Giuseppe Losacco), su alti trampoli, ad incarnare la norma dell’onorabilità familiare, violata, e l’opprimente senso di vergogna e colpa che avvolgono K in una rete stretta ed asfissiante; il prete (Diana Dardi, versatile e metamorfica), dispensatore di parabole e criptiche riflessioni sulla Legge, presenza astratta e imperscrutabile, né umana né divina, muta, inappellabile. In una danza ipnotica ognuno di loro spinge il protagonista ogni passo più in là verso l’esito fatale, nelle braccia dei suoi sicari, esecutori di una sentenza che “non arriva d’un tratto”, ma come trasformazione del processo stesso in condanna ineludibile. Tutto appartiene al Tribunale, il Tribunale non dimentica e non assolve, il Tribunale è cronicizzato in una procedura permanente che impedisce ogni via d’uscita, eroga una punizione “tanto giusta quanto inevitabile”, rispetto alla quale non è possibile difendersi, ma solo, semmai, confessare, come atto dovuto di un’organizzazione, una struttura intrisa di colpa e fondata su di essa.

IL PROCESSO: drammaturgia a 360 gradi

Attori ed attrice de IL PROCESSO in scena negli spazi del Cimitero Militare Germanico al Passo della Futa (FI)
IL ROCESSO: una scena – fotografia di Franco Guardascione 

Si rinnova, come ogni anno, la capacità della compagnia di suscitare una sorta di stupore fanciullesco in chi osserva di fronte alle idee di regia che, nella loro semplice originalità, riescono a rendere materica e visionaria la parola scritta di un romanzo di prosa. Gli attori, mobili, interscambiabili, acrobatici nel loro percorrere in verticalità le strutture austere e aspre del luogo, immergono gli spettatori a 360 gradi nella storia. Semplici oggetti di legno evocano un grottesco teatro di burattini, tentacolari esecutori della macchina burocratica in cui il protagonista è intrappolato, beffardi e clowneschi rappresentanti, domati e domatori di un sistema che si autorigenera nella sua impersonale autoreferenzialità. Pertanto gli spazi scenici si ripetono altrettanto uguali a loro stessi, invischiandoci nella stessa gabbia che quando aprirà le sue porte lo farà per l’atto omicida di liberazione estrema. Quel sacrario che svetta solitario ed inquietante su di noi ci sovrasta ed a lui si rivolgono spesso i burattini di questo circo nero che sembrano giocare con la morte come quei potenti che hanno condotto in queste lapidi vite di giovani e giovanissimi. E l’ambiente sonoro non può dirsi meno studiato: dai lamenti degli addetti frustati dai funzionari nelle viscere del Tribunale/Inferno passando per l’assordante ed evocativo cigolio dello sgabello su cui il pittore Titorelli si diverte a roteare, capace di generare una spirale acustica che nello spazio interno del sacrario ci inghiotte senza via di scampo.

Attori ed attrice de IL PROCESSO in scena negli spazi del Cimitero Militare Germanico al Passo della Futa (FI)
IL PROCESSO: una scena – fotografia di Franco Guardascione 

IL PROCESSO: condanna senza appello

Anche noi tutti siamo imputati di una colpa inconfessata, che sembra impregnare ogni struttura; l’organizzazione stessa è colpevole e impregna di sé attori e scenografie alla valenza ipnotica e illusionista, come in un set alla Buster Keaton, ma attraversato da un’ironia più amara, meno onirica e leggera, strisciantemente sinistra. Maschere bidimensionali e fiabesche fanno volteggiare in un’indiavolata danza di morte l’unico personaggio tridimensionale, Josef K, così simile a noi, col suo tremore, il suo sperare, il suo allibirsi di fronte all’impossibilità, sempre più evidente, di liberarsi dalle catene invisibili che gli si stringono addosso. Nella scena finale tutto il cast, vestito di nero e con un motivetto funambolico in sottofondo, disperso nello spazio infinito del cielo sopra di noi, evoca l’atmosfera di un surreale teatro di ombre cinesi, inscenando l’esecuzione del “condannato” senza spiegazioni, come il numero finale di uno spettacolo circense. Gli attori spuntano davanti e alle spalle del pubblico, come voci e materializzazioni in profonda risonanza con l’ambivalente significato del luogo: luogo di sepoltura, luogo di memoria di una colpa collettiva, luogo di vittime e carnefici accomunati dall’implacabile legge livellatrice della morte.

Tempi di ieri, tempo di oggi

Attori ed attrice de IL PROCESSO in scena negli spazi del Cimitero Militare Germanico al Passo della Futa (FI)
IL PROCESSO: una scena – fotografia di  Franco Guardascione 

La compagnia si conferma capace di reinterpretare i classici della letteratura mettendoli in dialogo, senza snaturarne la qualità, col tempo presente. Tempo di guerra, revisionismi pericolosi, tempo di inarrestabile discesa in una china nostalgica di orrori che credevamo sepolti per sempre, sotto quelle lapidi severe e capaci di compassione senza derogare alla responsabilità di un giudizio storico. Commovente il richiamo degli attori alla data particolare in cui assistiamo alla conclusione di questa storia: il 2 agosto 2026. Nello stesso giorno del 1914 Kafka iniziò a scrivere Il Processo, e annotò nei suoi diari “La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. Nel pomeriggio corso di nuoto”; lo stesso giorno, nel 1980 alla stazione di Bologna 85 vittime innocenti, condannate da un tribunale invisibile e senza motivo, sono state strappate alla vita.

NOTA SPECIALE: siamo giunti all’ultimo atto?

Attori ed attrice de IL PROCESSO in scena negli spazi del Cimitero Militare Germanico al Passo della Futa (FI)
IL PROCESSO: una scena – fotografia di  Franco Guardascione 

Nei giorni intercorsi tra la visione dello spettacolo e la pubblicazione di questo pezzo è purtroppo giunta la notizia, condivisa sulle pagine social della compagnia e di alcuni dei singoli attori, che quelle ancora in corso saranno le ultime rappresentazioni nel cosiddetto Teatro di Marte. La compagnia ha infatti ricevuto dal Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge la comunicazione della interruzione di ogni rappresentazione teatrale presso il Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa a partire dal prossimo anno. Questa non è certamente la sede per poter sfogare una amarezza che innegabilmente ci sta pervadendo dopo aver appreso la notizia ma ci permettiamo di condannare la cecità di questa scelta profondamente politica pur non conoscendone le ragioni immediate. Il progetto, che Archivio Zeta sotto la guida drammaturgicamente potente e competente di Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti ha portato avanti dal 2003, non è solo teatro fuori dal teatro, potenziato dalla suggestione marziale del luogo. Senza contare gli effetti non risibili sull’economia dell’Appennino, le pagine di letteratura e drammaturgia che hanno trovato corpo e voce in questo luogo hanno trasformato la testimonianza silenziosa delle lapidi in memoria vivida per ricordarci che quei corpi non sono caduti su queste montagne da un giorno all’altro. E quando si arriva a combattere sulle montagne è ormai troppo tardi per salvarsi. Sul sito ufficiale del Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge leggiamo (nella traduzione italiana) che l’organizzazione umanitaria “si impegna nella cultura alla memoria e a promuovere la formazione e l’incontro dei giovani nei luoghi dell’estremo riposo dei caduti.”. Non lasciamo che questi perdano ancora la loro voce, inghiottiti dal vento dell’oblio che spira sulle cime di queste montagne. Alimentiamo invece un vento di conoscenza, di condivisione, di empatia e di umanità perché altrimenti tutti quei giovani saranno caduti inutilmente: le glorie del potere sono sempre destinate a finire in macerie.

“Look on my works, ye Mighty, and despair/ Nothing beside remains. Round the decay/Of that colossal wreck, boundless and bare, /The lone and level sands stretch far away.” (P.B.Shelley, Ozymandias)

Visto al Cimitero Militare Germanico al Passo della Futa (FI) il 2 agosto 2026

IL PROCESSO – parte seconda: crediti

di Franz Kafka
drammaturgia e regia Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni
con Mattia Bartoletti Stella, Diana Dardi, Gianluca Guidotti, Pouria Jashn Tirgan, Sofia Longhini, Giuseppe Losacco, Enrica Sangiovanni
consulenza musicale Patrizio Barontini
audio Elio Guidotti
ufficio stampa Emanuela Rea
foto di scena Franco Guardascione
produzione archiviozeta
con il contributo di Regione Emilia Romagna, MIC Direzione generale spettacolo

PRIMA DELLO SPETTACOLO

Teatri contro la guerra: presentazione dello speciale de La Falena


Negli spazi interni del sacrario, prima della replica, abbiamo assistito alla presentazione di uno speciale numero de La Falena, rivista semestrale totalmente finanziata da un ente pubblico – caso pressoché unico nel nostro Paese – in questo caso la Fondazione Teatro Metastasio di Prato. Nel numero 10 uscito a dicembre 2025 Rodolfo Sacchettini ha curato una sezione centrale dedicate proprio ai Teatri contro la Guerra, raccogliendo testimonianze ed esperienze che dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri hanno portato la Guerra sulle tavole sceniche.

Dopo l’introduzione di Gianluca Guidotti nel ruolo del “padrone di casa” e un excursus sui contenuti dell’uscita editoriale a cura di Lorenzo Donati (nel Comitato di redazione insieme a Maddalena Giovannelli, Alessandro Iachino, Rodolfo Sacchettini e Alessandro Toppi, anche direttore responsabile), Sacchettini ha sottolineato l’urgenza di guardare ai teatri di Guerra internazionali con occhi capaci di una drammaturgia antibellicista non soltanto nei contenuti ma anche, e soprattutto, nella forma. Il ruolo del pubblico non deve limitarsi a quello di mero ascoltatore di una narrazione, confidando nella trasmissione di un messaggio attraverso la condivisione.

Come nella straordinaria esperienza del Living Theatre in Italia, quando un gruppo di giovani, a seguito dell’occupazione pacifica di un circolo a Perugia dove sperimentare in un libero contesto di condivisione e scambio, partì per una manifestazione contro la Guerra in Vietnam, così lo spettatore deve ricevere stimoli visivi, sonori ed emozionali capaci di renderlo portavoce di una mozione sociale e politica oltre il teatro.

Con una veste grafica molto curata, dal sapore vintage ma in grado di concentrare l’attenzione all’alto livello dei contenuti, La Falena in questo numero spazia tra 6 decenni di drammaturgia antibellicista, partendo dall’Aspettando Godot di Susan Sontag a Sarajevo fino al Jean Genet col suo Quattro ore a Chatila, città libanese sede di un campo profughi della CRI dal 1948, passando per il Teatro di Guerra di Mario Martone e la brechtiana Madre Courage, un luogo già collettore di energie come il Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa si prepara a completare di senso la rappresentazione che segue dubito dopo. Nei passi silenziosi, straordinariamente appesantiti dalla calura estiva anche quassù, la distesa ammonitrice e discreta di lapidi perde i suoi connotati di morte per farsi ancora una volta Teatro contro la Guerra.

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IL PROCESSO

di Franz Kafka

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