La colpa ci perseguita nel «Processo» di Kafka

data:

24/07/2026

Testata:

Corriere Fiorentino

Autore:

Giulia Gonfiantini

Argomento

IL PROCESSO

L’identità scivola da un attore all’altro, l’esattezza della lingua scolpisce lo smarrimento di un personaggio che è ciascuno di noi.

Domani debutta la seconda e ultima parte de Il processo di Kafka a cura di Archivio Zeta al Cimitero Futa Pass, il più grande sacrario tedesco della seconda guerra mondiale, a mille metri di altitudine.

Il calendario fino al 23 agosto alterna prima e seconda parte, consentendo di vedere lo spettacolo completo in due giornate.

Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, fondatori della compagnia, registi e interpreti, hanno scandagliato questo capolavoro del ‘900 attingendo anche da lettere e diari. «Un lavoro lungo, che richiede mesi, perché abbiamo necessità di tornare alla lingua originale — spiega
Sangiovanni —. De Il Processo ci sono tante traduzioni. Confrontiamo e prendiamo tutti i punti di vista, poi torniamo al tedesco. Che non era, per Kafka, una lingua madre, bensì di scrittura e vita. È importante tornare alle parole esatte. E vi abbiamo trovato spesso la possibilità di scambiare ‘io’ con ‘lui’ e ‘tutti’».

Nella messa in scena, intrisa di ironia come il libro, è come se la colpa ci riguardasse in quanto esseri umani. Così, il cappotto con la K. gialla cucita sulla schiena, che ricorda le persecuzioni naziste e fasciste degli ebrei, è indossato a turno dagli attori: oltre ai fondatori, Mattia Bartoletti Stella, Diana Dardi, Pouria Jashn Tirgan, Sofia Longhini e Giuseppe Losacco.

Incompiuto e pubblicato postumo nel 1925, il romanzo prefigura per Sangiovanni l’idea dell’universo concentrazionario. «Fondamentale per noi tenere conto anche de Il castello, romanzo molto vicino», sottolinea.

Il legame con l’attualità, afferma Sangiovanni, non sta solo nelle cose terribili che leggiamo ogni giorno. «Ne Il Processo, prigioni e cancellerie sono luoghi dove manca l’aria, e notizie di questo tipo popolano il quotidiano. Il riferimento è al sistema burocratico che governa il presente e che Kafka aveva intuito».

Ha letto agli inizi del ‘900 ciò che ha segnato l’intero secolo e che portiamo ancora sulle spalle. Josef K. dice di avere addosso il suo processo, la sua colpa. «Anche noi la continuiamo a portare addosso —prosegue — ed è anche quella semplicemente di essere privilegiati, viviamo da questa parte del confine, con intorno un mare dove muoiono persone in cerca di una vita migliore, e però siamo testimoni, in qualche modo non innocenti. Il pensiero di Kafka è non solo attuale, ma contemporaneo».

Giulia Gonfiantini

IL PROCESSO

di Franz Kafka

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