Che non si chiuda la “porta “ sull’esperienza pluriventennale di archiviozeta al Cimitero Militare Germanico della Futa
30/08/2026
laPlatea
Barbara Chiappa
IL PROCESSO
Dopo ben 23 anni, l’associazione tedesca che gestisce i cimiteri di guerra, il Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, con una lettera ha comunicato che non si svolgeranno più rappresentazioni teatrali al Cimitero militare germanico della Futa. Il cimitero della Futa è un monumento unico nel suo genere, uno dei primi esempi di land art in Italia, progettato dall’architetto Dieter Oesterlen per accogliere 30.683 soldati tedeschi caduti lungo la Linea gotica e non solo. Un monumento nel niente in uno dei luoghi più iconici e meno conosciuti d’Italia, se non per orde di motociclisti, o ciclisti che valicano il passo della Futa da sempre, al confine tra Toscana e Emilia-Romagna, che prima della presenza della compagnia archiviozeta, era noto solo a pochissimi, spesso facinorosi della cultura nazista. Ecco perché le ultime repliche de “Il processo” tratto dal romanzo di Frak Kafka, hanno assunto un valore che scavalla la potenza della rappresentazione e diventa una vera e propria azione di protesta silenziosa da parte della compagnia, che ha deciso di promuovere da anni la cultura in un luogo così iconico. Negli anni la compagnia ha rappresentato all’interno del cimitero classici del teatro e della letteratura occidentale, da “I persiani” di Eschilo, passando per Sofocle, Pasolini, Shakespeare, per I demoni di Dostoevskij, fino alla Montagna incantata di Mann e a quest’ultima produzione in due parti de “Il processo”. Operazioni queste, come spiega a fine spettacolo Gianluca Guidotti, fondatore della compagnia archiviozeta, insieme a Enrica Sangiovanni, che ha avuto lo scopo, come tutte le altre opere rappresentate negli anni, di riflettere su tematiche che scavallano l’appartenenza politica, che sono trasversali (così come l’arte dovrebbe essere) ad appartenenze. Proprio “Il processo”, come la precedente “Montagna incantata” messe in scena alla Futa erano testi che venivano bruciati nei roghi nazisti, ecco perché rappresentarli in questo luogo ha un valore di senso che travalica ogni significato. Resta poi per lo spettatore che negli anni ha goduto della bellezza di rappresentare teatro in questo luogo, il dispiacere di non rimanerne più incantato. Il cimitero della Futa è una scenografia naturale e questo itinerare del pubblico tra i suoi spazi rende talmente intensa l’esperienza da soffermarsi in questo caso dinanzi al dolore di perdere tra l’altro anche il piacere di un’esperienza estetica così unica. Perché spesso, anzi sempre, dinanzi a scelte politiche si sottovaluta completamente il potere che il bello provoca sugli esseri umani, o forse proprio perché se ne è fin troppo coscienti lo si priva. Il 22 e 23 agosto abbiamo avuto la fortuna di assistere a “Il processo”, diviso in due atti, con una continuità comunque sinergica del racconto che trasfigura l’opera di Franz Kafka in una meditazione profonda sul potere, la colpa e la memoria. Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni asciugano il testo kafkiano senza snaturarlo, evidenziandone la dimensione assurda, alienante e implacabile. La giustizia invisibile di Kafka dialoga direttamente con la responsabilità storica e il dramma della guerra. Il pubblico è chiamato a muoversi fisicamente lungo le gradonate e le rampe del cimitero. Questa camminata/pellegrinaggio trasforma la visione in un’azione condivisa, rendendo gli spettatori parte del meccanismo inquisitorio. Grande sincronia e coerenza nei movimenti tra gli spazi, soprattutto nella prima parte, la seconda spesso a nostro parere prevedeva degli spostamenti che si potevano evitare, seppure la scena finale è valsa quasi tutto lo spettacolo, lo sfondo del grande muro di mattoni neri e lo scenario naturale del cielo che accompagnava il movimento degli attori, con le piccole lastre di marmo davanti agli spettatori, lapidi di morti che non dovevano avvenire, è stata un’esperienza carica di bellezza. La messa in scena è magistrale, profondamente coerente con la scenografia naturale, in questo la regia di Guidotti e Sangiovanni, grazie all’esperienza acquisita negli anni ha raggiunto il massimo della coerenza. Mettere in scena la vicenda di Josef K. (arrestato senza motivo apparente da un tribunale invisibile) all’interno di un cimitero di soldati significa legare l’inquietudine kafkiana alle macerie del Novecento. La colpa “imposta” e incomprensibile di Josef K. si rispecchia nella colpa collettiva, nella violenza della guerra e nell’assurdità dei meccanismi di potere. La bravura attoriale di Guidotti e Sangiovanni e la loro potenza in scena è cosa nota, anche solo i corpi e le espressioni basterebbero, la tenuta della recitazione poi, il modulare i toni della voce e mantenere anche dei livelli così alti, in modo da abbracciare anche il pubblico distante mostrano la loro grande maestria attoriale. Non da meno Mattia Bartoletti, Stella, Diana Dardi, Pouria Jashn Tirgan, Sofia Longhini, Giuseppe Losacco, giovanissimi e talentuosi, tanto da sostenere una messa in scena così complicata che prevede una grande attenzione anche per il pubblico e per le sue imprevedibilità. La prima parte del lavoro accentua l’aspetto austero e costrittivo del romanzo mentre nella seconda emergono i personaggi più comici, tra cui il pittore Titorelli, interpretato dalla Sangiovanni, che è davvero una bel cameo di recitazione, completa nelle espressioni, nella vocalità, nell’utilizzo degli oggetti di scena; il suono assordante dello sgabello che gracchia al suo girare è un risveglio importante dei sensi dello spettatore. Al tramonto poi, l’indimenticabile parabola “Davanti alla legge”, forse il testamento di quest’opera di Kafka; «Tutti si sforzano di arrivare alla legge,» dice l’uomo, «e come mai allora nessuno in tanti anni, all’infuori di me, ha chiesto di entrare?». Il guardiano si accorge che l’uomo Davanti alla legge di Franz Kafka 4 è agli estremi e, per raggiungere il suo udito che già si spegne, gli urla: «Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l’ingresso. E adesso vado e la chiudo». E noi speriamo davvero che questa esperienza pluriventennale alla Futa di archiviozeta, non chiuda la sua porta, allo stesso modo.
Barbara Chiappa, 30 agosto 2026
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