Archivio Zeta, alla prova di Kafka.

data:

13/08/2025

Testata:

Il Manifesto in Rete

Autore:

Silvia Napoli

Argomento

IL PROCESSO

Viaggiare su e giù per la Mitteleuropa ed esplorare le implicazioni etico filosofiche delle culture di lingua tedesca, fautrici, forgiatrici di un intero secolo nelle sue più ambigue, profonde fin insondabili pieghe e piaghe, è evidentemente una necessità – sfida cui è impossibile sottrarsi per l’affiatato e giovane gruppo di attori, in gran parte proveniente dalla udinese accademia di recitazione Nico Pepe, riuniti intorno al carisma di Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, anime fondatrici di Archivio Zeta. Ci stiamo riferendo in questo caso alla freschissima, in tutti i sensi, stante il vento sferzante che non ha abbandonato un attimo le quasi due ore di rappresentazione, rielaborazione dal Processo di Kafka al debutto il primo di agosto e in scena costi quel che costi fino al 17 del mese alle 18 al consueto cimitero germanico, presso il passo della Futa.

Ci sarebbe molto da dire e raccontare riguardo Archivio Zeta e il suo originalissimo porsi nel panorama teatrale italiano tra storia, memoria, impegno civile, soprattutto antibellicista, espresso attraverso riletture di classici, letture celebrative, raccolta di autonarrazioni di persone comuni, ma soprattutto l’attitudine ad abitare luoghi, attraversarli con la propria verità poetica, farne residenze strategiche a cielo aperto, come è il caso del cimitero germanico della Futa, un luogo di bellezza straziante, in cui si sublima la verità di un secolo forse breve ma certo in grado di replicare le sue propaggini più mostruose e riverberare violenza e morte fino ai nostri algidi e tecnologicamente regolati giorni.

Lo sgretolamento progressivo di una filosofia delle magnifiche sorti e progressive, insieme appunto ad un dispiegamento di artificiose intelligenze che è quasi un accanimento, la velocità della rimozione e dell’ottundimento, la crisi irreversibile di una certa idea di democrazia occidentale per come fin qui rappresentata, sono miscela esplosiva che trova un suo riutilizzo morale attraverso elaborazione artistica partecipata in luoghi come questo. Un crinale a visuale totale, persino imbarazzante per sperdimento, dove spiccano come artigli giganteschi da una terra certo intrisa di sangue sul digradare di livelli, sorta di obelischi sinistri, che presiedono a bassi edifici di memoriale, a spazi semi coperti e interrati come anomale garitte occhiute di feritoie dove i nostri amici, avvezzi del resto a muoversi tra edifici universitari, spazi clinico museali come avviene all’istituto ortopedico Rizzoli o clinico universitari come accade al Sant’Orsola, altri luoghi memoriale come

Montesole, o ancora pievi romaniche millenarie, sanno rendere magicamente attrattivi ed accoglienti per nutriti drappelli di spettatori. Seguaci in realtà ormai fidelizzati che regolano agende e calendari personali in base a questi eventi considerati imprescindibili.

Eppure, una dose di azzardo e di pericolo è lì, nel possibile slittare e precipitare d’un passo verso l’infinito. Un monito quasi, a riconsiderare la facilità del baratro, la contiguità al nulla e all’eterno di ognuno di noi.

La visione ricomprende questa dimensione di pericolo individuale rimarcata anche dalle sagome ritagliate degli attori, spesso posizionati in bilico sulle muraglie, sui parapetti, sui cornicioni, insieme con la cifra collettiva di questi spettacoli mondo, che di solito sono progetti di rivisitazione estesi nel tempo oltre che negli spazi e che rifuggono la logica dell’effimero e del solipsistico. E che si seguono di conseguenza in modalità di liturgia itinerante e condivisa, tra via crucis e festa mobile.

Qui, se si agisce ironia e divertissement non siamo certo dalle parti di una stand up o di una slapstick comedy. Direte voi che certamente ciò sarebbe comunque impossibile in un quadro concettuale rappresentativo tanto tragico come quello sin qui descritto. Eppure.

Eppure, dimenticate, come già accadeva per la Montagna incantata, spettacolo monstre di Archivio Zeta approdato in formato maratona all’Arena del Sole nella scorsa stagione, la vulgata scolastica. Nonostante la presunta fama di gravità teutonica, nella loro realizzazione il capolavoro filosofico di Mann diventava una musica in levare sui pedali del grottesco: altrettanto in questo caso è lecito abbandonare il topos dell’angoscia kafkiana.

La filologia che Archivio Zeta applica ai suoi autori di riferimento potrebbe essere infatti definita olistica e non comprende solo lo scandaglio sulla lingua, che pure qui è fondante o su una poetica, o una fortuna critica, o una tematica che ci “risuona”. Ingloba infatti una visione autore-umanità del medesimo a 360 gradi, rimastica e risputa fuori le spigolature, le testimonianze biografiche, il mood personalissimo con cui ciascuno di noi fa i conti con il suo contesto e lo zeitgeist che ne consegue.

Il risultato di questa riappropriazione di una vita prima che di un’opera consente uno sguardo coinvolto ma disincantato, un approccio che pratica il distacco, ma non è pedagogicamente brechtiano, perché non va trovando esegesi moraleggianti o spunti ideologicamente politicamente corretti, ma casomai cerca proprio i coni d’ombra, la prospettiva grandangolare che deforma, le escape strategies che ciascuno di noi cerca di fronte al giudizio della società e ai conflitti

Kafka, a questo punto è, o potrebbe essere tutto: un antesignano della beat generation, un giovane Holden anticipato, un protagonista da una canzone dei Baustelle. Certamente una sorta di signor G, o meglio K, appunto, in cerca di una difficile integrazione di opposti, tra conformità rileggibili, come la laurea in giurisprudenza applicata alle assicurazioni in favore di lavoratori, l’iscrizione a circoli sovversivi, dunque una possibile lettura marxista delle sue opere e delle sue intenzioni che cozza tuttavia con un evidente anarco antistatalismo in funzione antagonista al patriarcato. Categoria intersezionale con cui peraltro va riletto infatti anche il suo famoso conflitto paterno, che non approda affatto freudianamente ad una supposta normalizzazione, ma au contraire, ad una sorta di queerness ante litteram, nella moltiplicazione, nella molteplicità di esperienze relazionali, nella loro intrinseca ambiguità ed elusività da un modello riproduttivo codificato.

Guidotti e Sangiovanni, giustamente, data la ponderosità delle operazioni che vanno a compiere su corpus letterari da adattare per la rappresentazione, sono usi offrire qualche traccia biografica e interpretativa sugli autori e i loro testi, a inizio o fine spettacolo. Perché da queste loro pur scarne indicazioni e da questa postura noi partecipanti possiamo accogliere in noi un intero mondo contraddittorio, non lineare, a mille sfumature di grigio così come la vita è e l’arte di conseguenza con lei.

La complessità, le sfaccettature, la polisemia, al di là del relativismo esistenziale, vero e proprio cinismo dei nostri tempi, sono agiti qui invece come potenti armi politiche, le più efficaci contro ogni forma di oppressione politica e societaria, contro l’autoritarismo e le sue diversificate manifestazioni: si comincia con la famiglia, per arrivare allo stato centrale e ai totalitarismi.

Kafka, vero ribelle senza causa ante litteram, a dispetto della sua strutturazione mentale, della sua precisione impiegatizia, della sua competenza giuridica, della sua adesione a circoli politici socialisti, è infatti autore quasi esclusivamente di opere incompiute, coerente nella sua peculiarità fino all’autosabotaggio: ricordiamo certo il suo diktat distruttivo relativamente ai suoi scritti, quando si trovò in punto di morte. Per fortuna, l’amico intellettuale ed esegeta dei tempi dell’Università Max Brod e la sua ultima fiamma, non diedero retta a queste sue ultime volontà.

Questa, cosi come altre caratteristiche d’avanguardia, per così dire, nella sua personalità, come il veganesimo, l’avversione alla frequentazione religiosa e ai legami consacrati, la pratica che oggi definiremmo poliamorosa a molte sfumature, persino il rapporto complicato con il suo stesso corpo e l’attività fisica, hanno fatto sbizzarrire la saggistica dei nostri anni a congetturare su di lui una congerie di disturbi mentali, forse solo il segno di una irriducibilità alla conformità, che del resto un poco più in là assumeva la forma del vitalismo majakovskiano, sappiamo quanto anch’esso autodistruttivo.

Potremmo dire che tutta una intera generazione di gioventù sospesa tra due guerre fu comunque votata al sacrificio e all’annullamento, in nome di ideali o pulsioni sotterranee e sottintese a questa corda tesa tra estremi che sembro essere allora la vita tutta. Per questo risulta persino difficile ascrivere Kafka ad una corrente letteraria precisa. Per questo risulta persino futile andare a cercare una sua coerenza ai temi dell’alienazione marxista o derubricare la sua astrattezza metaforica e oggi diremmo distopica, a ricerca dell’essenza divina.

Archivio Zeta, in linea con il precedente lavoro su Mann e la Montagna incantata, preferisce apparentare il giovane K, o Ka al simmetrico Hans Castorp, recluso come del resto toccò spesso al nostro Franz in un sanatorio. L’universo concentrazionario è il grande spettro che si aggira in tutta la letteratura europea d’epoca e che viene evocato con grande anticipo in questo Processo, parte prima, testo scritto nel 1914 e pubblicato nel 1925, da una allusione ad un fantomatico imbianchino he strappa un brivido premonitore agli astanti. Tale è sempre la veggenza di chi muore anzitempo, caro agli dèi.

Archivio Zeta, come mi confidano i due drammaturghi della situazione, sceglie anche la fascinazione linguistica, come chiave di avvicinamento: un autore boemo che scrive in lingua tedesca, una lingua che considererà madre, ma non lo è realmente, non essendo neppure il tedesco degli ebrei, come si diceva con spregio ai tempi, parlato in famiglia, ma la lingua appresa nelle migliori scuole ad hoc e dunque una lingua colta e affilata, molto “pensata”. Soprattutto il gruppo già compattissimo alla prima lavora ai fianchi dell’umorismo caricaturale, che spesso è un aspetto trascurato del grande autore e di cui ogni situazione rappresentata sembra essere pregna. Ciò rende moltissime scene di raccordo tra personaggi limitrofi, (chi sono infatti le guardie e chi sono i colleghi impiegati?-essi nei fatti si trasfigurano gli uni negli altri, come una allucinazione, come in un libro di Burroughs), come una sorta di ballet mecaniques, del resto in auge ai tempi, balletto diretto da manine anatomiche che pero ci rammentano le manine del resto presenti come indicatori segnalibro nei nostri manoscritti medievali, oppure quelle presenti nei luoghi di culto della Torà. Impossibile prescindere infatti dalla coscienza yiddish di Kafka, quella ben lontana dall’ebraismo ortodosso e dal sionismo, dalle parti di Moni Ovadia per intenderci, che permea un certo modo di vedere il mondo funzionale, del resto, ad una poetica stralunata e trattenuta, quella dei dispersi, quella del folclore seppellito nelle macerie dei ghetti.

I giovani affiatatissimi attori, buona la prima appunto,, stanno al gioco plasticamente realizzando apparizioni e sparizioni in nero in logica astratto combinatoria cosi come i sogni, gli incubi sono, ma anche i giochi da ragazzi, le pochade da alberghi del libero scambio(ah, il topos della pensione tedesca dalle sorelle March, a Mansfield passando per Dostoevskij, grande confessato nume tutelare a senso di colpa inverso del nostro ), perché un ambiguo inespresso ma ben presente erotismo si possa rintracciare tra le righe.

Alla fine questo Processo ha qualcosa di leggiadro e fanciullesco, qualcosa che è la versione noir tra giudici, uscieri e cancellerie di Alice nel paese delle Meraviglie : giovane rimane per sempre Kafka nel nostro immaginario, forse per via dei conflitti familiari di cui ha tanto raccontato, giovani muoiono anche le sue sorelle, dopo averlo seppellito, vittime innocenti della persecuzione nazista e infine Kafka è anche uno di quei classici autori di formazione che sprigionano un fascino particolare fuori da ogni colta interpretazione, proprio se scoperti e letti in una certa fase anagrafica in cui ci si interroga per la prima volta sulle cose del mondo e se ne scopre tutta l’ingiustizia. Qual è la colpa originaria dell’essere ebrei, o, nei nostri giorni, dell’essere palestinesi? Questo sottotesto non è illazione o invenzione, se apprendiamo dalle carte che Kafka stesso penso ad un certo punto della sua vita di trasferirsi in Palestina e ce lo rende ancora, di nuovo familiare, oltre l’aura enigmatica di cui sembra ammantato.

La narrazione in questione sceglie oltretutto di terminare con una sorta di a riveder le stelle: il nostro eroe riesce a liberarsi dalle sirene opprimenti della cancelleria e in seguito a malore vero o presunto, prende la via di fuga e si libera verso l’aria pura, mentre noi spettatori rimaniamo coattati sotto il basso soffitto del memoriale: la giovinezza, la voglia di vivere sembrano prendersi una momentanea rivincita su tutti gli apparati di controllo che un mondo adulto ha saputo architettare. Un signor K, che infine è un po’ una prefigurazione di eroi giovani ben diversi dal mondo che verrà nel dopo Olocausto.

Caloroso successo, meritato successo, a fronte di una messa in scena che sparigliando le carte sceglie una via di grande verità biografica, rammentandoci che Kafka stesso era una persona garbata, divertente, leggera, disinvolta e multitasking e che più di tutto amava condividere i suoi scritti in letture ad alta voce tra amici e sodali in atmosfera altrettanto divertita e che i suoi schizzi da caffè parlano per lui rispetto alla grande ironia da osservatore nato di cui era dotato. Se mettiamo insieme tutti i pezzi del puzzle che con amore Archivio Zeta sta mettendo insieme, ne esce una sorta di Seminario sulla Gioventù, che da qui in avanti e fino all’oggi sarà il tema dominante della nostra Cultura occidentale.

Vogliamo concludere questo excursus, raccontando brevemente il proseguo di serata condiviso con gli amici stessi di Archivio Zeta coinvolti subito dopo nella maratona per blocchi di letture, più di un centinaio, intelligentemente assemblata da Ert come primo atto dirimente della nuova dirigenza, in omaggio alle vittime della strage del due agosto 1980 e di tutte le stragi in generale e in concomitanza con la pubblicazione della sentenza definitiva, che pochi ancora conoscono. Un momento importante che sancisce anche un passaggio di consegne della presidenza Bolognesi nella associazione familiari delle vittime.

Di questa serata memorabile, commossa, tutta politica, più che l’adesione di artisti, intellettuali, attori, politici e amministratori a partire dal primo cittadino, alle letture tratte da materiali d’archivio selezionati dalla storica Cinzia Venturoli, da testi letterari, biografie delle vittime, articoli di giornale, prese di posizione pubblica, ci ha colpito la grande rispondenza di cittadini, a dispetto del periodo vacanziero che ha gremito fino a tarda ora ogni ordine di posti, a segnalare che nella difesa della propria memoria democratica, Bologna c’è sempre.

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