“Il Processo” di Kafka di Archivio Zeta
09/08/2025
Lorenza Lullini
Lorenza Lullini
IL PROCESSO
Da una ventina d’anni un appuntamento fisso dell’estate è il pellegrinaggio presso il cimitero tedesco dei caduti della seconda guerra mondiale presso il Passo della Futa, dove la compagnia teatrale Archivio Zeta di cui sono fondatori e direttori artistici Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti allestisce degli spettacoli itineranti, nel senso che il pubblico si sposta insieme agli attori durante le varie scene.
Per i primi anni hanno messo in scena il repertorio classico, da Eschilo (ricordo una indimenticabile drammaturgia dei Persiani o del ciclo della Orestea), per poi dedicarsi a testi complessi e sorprendenti come Gli ultimi giorni dell’umanità – macerie e frammenti dalla muraglia di Karl Kraus. Il progetto più recente si è sviluppato lungo tre anni e si è trattato della rappresentazione de La Montagna incantata di Thomas Mann. Si è trattato di un enorme impegno, sia per la compagnia teatrale, sia per il pubblico, ma ha senza dubbio segnato un punto di svolta perché ha costretto i due capocomici a inventarsi un nuovo modo di concepire il rapporto tra testo scritto e rappresentazione. Inoltre, starsene immersi per tre anni in una Mitteleuropa in decadenza è stato come un bagno di coltura di nuove idee, anche per il pubblico. Io, per esempio, ho riletto la Montagna incantata ma anche il Doctor Faustus sempre di Mann – e non ho mancato di fare proselitismo: nel gruppo di lettura scolastico, alcune studentesse sono state così colpite da Mann che hanno organizzato una gita a Davos.
Ovviamente però il problema è cosa fare dopo Mann e Archivio Zeta lo ha risolto affrontando Il Processo di Kafka. Quest’anno hanno messo in scena la prima parte e si attende il prossimo anno per il seguito. Il pubblico viene subito accolto da una giustizia bendata, cieca non solo perché imparziale ma anche perché incapace di guardare oltre le procedure che schiacciano un uomo inetto che non si oppone mai e che non mette in discussione i meccanismi rigidi e disumani che regolano la società moderna.
Joseph K., il protagonista, viene interpretato a turno da uno dei quattro attori giovani che, insieme ai due capocomici storici e alla giovane Dardi costituiscono tutto il cast: questa scelta è sottolineata materialmente dal fatto che chi interpreta Joseph K. indossa un cappotto con una enorme lettera K applicata sulla schiena. Idea vincente dal punto di vista pratico (lo spettatore non si confonde) ma anche perché richiama certamente la Lettera scarlatta di Hawthorne. Tuttavia, se la peccatrice Hester viene esposta in piazza con la lettera “A” di adultera ricamata sul petto, e in un certo senso lei è effettivamente colpevole, perché ha partorito una bambina al di fuori del matrimonio, qui la lettera K designa un uomo che è accusato di qualcosa di indefinito e non sappiamo nemmeno se sia colpevole – così come egli stesso non lo sa; ciononostante, il meccanismo dello stigma sociale è il medesimo.
Un altro motivo per cui questo semplice espediente si rivela geniale è che l’interscambiabilità del ruolo tra gli attori suggerisce che tutti noi potremmo trovarci nella situazione di Joseph K., e così il testo assume anche un inedito valore pedagogico: se l’errore più grande di Joseph K. è quello di non mettere mai in discussione il meccanismo burocratico che lo stritola senza motivo, noi dobbiamo imparare invece a vedere e decostruire il mondo opprimente nel quale viviamo, senza darlo per scontato altrimenti faremo la sua stessa fine, che non sarà bella.
Altri elementi da notare: per lo più le scene si sono svolte nella sala ipogea e gli spettatori hanno girato in tondo attorno al monumento, percorrendo un percorso labirintico e opprimente come quello di Joseph K. accompagnati da un ragazzo con una cassa sulle spalle, che ci faceva sentire le musiche di accompagnamento, pezzi di classica scelti da Barontini, forse per sottolineare che la musica non è un sfondo, ma vive a contatto diretto con la rappresentazione.
Il pomeriggio in cui ci sono andata quest’anno il tempo era perfetto, non troppo caldo, non troppo vento e c’era come al solito, lassù in cima, un commovente odore di timo, quasi a ricordare che, pur nel dolore delle tombe e nel dolore dello spazio chiuso di Joseph K., c’è ancora qualcosa che ci fa sentire vivi.
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