Archivio Zeta, ultimo atto al cimitero germanico?

data:

16/08/2026

Testata:

Il Manifesto in rete

Autore:

Silvia Napoli

Argomento

IL PROCESSO

Archivio Zeta, è senza dubbio una di quelle sigle teatrali che racchiude in sé un mondo esperienziale. Il proprio, naturalmente, ma anche quello del suo pubblico. Non vorrei sprecare qui parole di stucchevole retorica sulle communities. Chi mi conosce sa quanto per diverse ragioni di lavoro. studio, attivismo, mi ritrovi spesso in mezzo a contesti che evocano il termine comunità con grande leggerezza oltre ogni ragionevole necessità. In quei momenti rivelatori, in cui realizzo talvolta quanto chiamiamo comunità una roba che sono in buona sostanza, semplicemente bolle di appartenenza, cerco freneticamente un contraddittorio interiore a questa percezione. Anche perché ritengo ci siano potenzialità inespresse nelle comunità non dichiarate, non formalizzate, ma presenti nei fatti.

Ma per ciò che riguarda La storia ormai lunga 23 anni e che ha fruttato nel tempo pregevoli pubblicazioni tra le altre cose, del cosiddetto teatro di Marte, ovvero messe in scena site specific fortemente connotate tematicamente, realizzate entro e fuori gli spazi del cimitero germanico situato al passo della Futa lungo quella che fu la martoriata linea gotica, noi piuttosto, dovremmo parlare di un sempre più folto nel tempo, insieme di pellegrini della memoria, spettatori raccolti e silenziosi di volta in volta sempre diversi per età, generazioni, provenienze, non necessariamente addetti ai lavori, habitué ,eventisti cronici, ma persone convintamente certe di trovarsi innanzi la celebrazione di un rito, di una liturgia, anche se propriamente laica e civile.

C’è qualcosa di intrinsecamente pasoliniano nell’atmosfera, quando in un’ora incerta che è un tardo pomeriggio volgente all’imbrunire e foriero di brezze ristoratrici ci si ritrova su questo crinale dominante una serie di vallate che si disegnano come un compensato delle ondulazioni parallele proprie di specifiche colline e montagne: azzurrine e cineree al trascolorare delle ore, miti, eleganti, sonore pur silenti.

Una atmosfera da brughiera friulana, tale da richiamare le tragedie civili corali come I Turcs tal Friul per esempio. Potremmo sentire per evocazione mimetica il suono di campane che annunciano la messinscena vespertina. Perché si tratta quasi sempre di messe celebrative lunghe, itineranti, impegnative. Si viene qui, come in processione, per spostarsi tra le architetture traliccio che delimitano un’area tra le più suggestive al mondo e in qualche modo più inquietanti.

Un memoriale del dolore, questo è evidente. Che nulla può consolare con queste architetture ferrigne. In questa linea gotica, consegnata a tutti i ricordi dei nostri fallimenti di specie e di civiltà. Solo il ritrovarsi e la vastità d’orizzonte può offrire sponda a tanto dolore. Allargando e sussumendo.

Sappiamo tutti mentre stiamo lì di essere circondati di morte e di calpestare morte. Il famoso senso del Sacro, ohimè smarrito come il senno sulla luna, intatto invece nel qui ed ora, come un capro sacrificale si mostra tutto nelle realizzazioni di questi decenni. Non è questo l’unico luogo di memoria civile in cui la perizia e il magistero letterario e compositivo di Sangiovanni e Guidotti, uno degli ensemble più civilmente e antropostoricamente consapevoli delle nostre scene scegliendo una loro via di narrazione e orazione forse meno affabulatoria e più alta di altri nel genere, si esplicano. Li abbiamo visti in luoghi molto difficili e controversi, in questi tempi, come sant’Anna di Stazzema e la risiera di S Sabba e rimangono memorabili anche i loro trekking ultimi del 25 Aprile in collaborazione con la Scuola di Pace di Montesole.

Ho sempre pensato da persona fortemente orientata in senso proprio ideologico del termine, che scegliere questo luogo così forse poco noto ai più, se scendendo la collina si incontra l’osteria chiamata dei motociclisti, perché per questo son famosi questi luoghi, per ben altre passioni di motori ed enogastronomia più che di storia, che questa scelta fosse ammirevole. Ogni anno una rilettura di un autore e di un capolavoro, teatrale o letterario, dal grande patrimonio occidentale che fosse bastante tra bellezza e solennità, per esprimere un grido di strazio, di sconcerto per quanto di intollerabile e di atavica colpa ci sia nella Storia che tutti noi condividiamo con il nemico, al di là degli esiti finali. Esperienze quasi sempre praticamente estese per tutto il mese di agosto, cosa che implica per esempio per una compagnia non poter partecipare a qualche prestigioso festival. Ma lo scambio che avviene qui è già un arricchimento ed un regalo di apprendimento per tutti.

Quest’anno però, a circa meta della proposizione della seconda parte del Processo di Kafka, abbinato in alcuni week end con la prima parte vista lo scorso anno, arriva, dopo molti momenti di mugugno sotterraneo, la doccia gelata. Il comitato fondazione tedesco che esercita la governance del Cimitero revoca, dopo aver via via ridotto gli spazi di agibilità alla Compagnia l’uso dell’intera area per il prossimo futuro.

Una decisione che amareggia, imbarazza, a maggior ragione di quanto ho scritto sopra. Qui non si sta svolgendo un dibattito di ordine antropologico culturale sulla legittimità che alcune società riconoscono all’agire, per esempio, persino con picnic dentro ai cimiteri monumentali, perché siamo in tutt’altra dimensione e contesto. Le ragioni addotte hanno i crismi della legittimità, chiamando in causa rispetto e dignità di vittime e parenti e proprio per questo fanno molto male, non intersecando per nulla i concetti di qualità, di appropriatezza, di rispetto ambientale che ci si sarebbe dovuti aspettare in ossequio ad un lungo complesso lavoro locale. Una domanda sorge legittima a questo punto: hanno vissuto mai questi estensori della fatidica lettera di remissione, questa esperienza? Perché già scegliere di venire qui, piuttosto che seguire le più battute vie dei mari e dei festival, è una sorta di commitment morale, trovare la strada nonostante le diavolerie dei navigatori su per i sentieri dei nidi di ragno, un’avventura e infine la serendipity della qualità relazionale e aggregativa che si trova qui non ha eguali.

A questo punto, potrebbero forse venire in gioco le forze diplomatiche di una politica culturale amministrativa dignitosa a tentare di fare un po’ di negoziazione seria, inviando video, dati, materiali, soprattutto inviti in presenza, a perorare, a spiegare, a fermare e far rivedere posizioni che sembrano riportare indietro l’orologio della storia. Ma data la situazione complessiva e il fatto che per par condicio, pare in passato si sia dato accesso a spettacoli non proprio così creati sul luogo e per il luogo, l’ottimismo in merito è veramente molto cauto.

Intanto che si infittiscono un po’ di reazioni e prese di posizione, purtroppo ancora molto interne ad un certo ambito, bisognerà anche parlare di questo Processo parte seconda che interseca Primo Levi con omaggio finale in incognito per così dire a Carlo Ginzburg. Il grande storico tra i tanti illustri scomparsi di questo difficilissimo anno. Perdiamo ancoraggi, punti di riferimento, consuetudini e ci sentiamo sperduti.

Inutile dire che in contesto siffatto, le vicende del signor Ka, del resto scritto in giallo sul pastrano, come la stella di David, suggeriscono ben altro che una nevrosi edipica, un senso di colpa atavico, una regressione infantile, una nevrosi sessuale, un ebraismo piccolo borghese, ma pur il testo e il lavoro giocando con il minimalismo, l’assurdo, l’humor nero, stiamo tuttavia dalla parte del romanzo mondo, dalla ricerca di rappresentazione del tutto. Perché di fatto l’ingenuità, l’ostinazione, il vitalismo, l’ottusità previsionale selettiva fanno tutte parte di noi, come corpo sociale e civiltà, altrimenti saremmo stati in grado di evitare tutto questo, che abbiamo dietro di noi, intorno, davanti. Insomma, siamo noi e siamo un’umanità giovane per contratto, perché Ka lo è ed è condannato a rimanerlo per sempre in qualche modo, anche come antieroe. C’è una sorta di rabbioso seminario sulla gioventù dentro la claustrofobia insondabile e incomprensibile della Burocrazia Tribunalizia ed un chiaro alludere a tutte le forme di oppressione antiautoritarismo. Archivio Zeta fa scelte estremamente pedagogiche per questa sua rilettura apertamente grottesca dove a tratti si ride amaro. I cambiamenti nel cast sono forieri di una alternanza di voci nel testo. L’ottima Sofia Longhini, si incarica con piglio autorevole di rappresentare quell’eterno ambiguo femminino che Kafka autore-persona temeva forse come castrante e governamentalizzante. Sbagliando certo. Ma fotografando anche un dato oggettivo nella media realtà delle cose. Ove cura, attenzione, sono l’altra faccia di servilismo, mercimonio, piccolo affarismo da vedova dostoevskijana. Se l’universo Kafkiano è così concentrazionario, è perché indubitabilmente esiste una questione queer irrisolta rispetto ai rapporti di potere. Sembra una affermazione solo chiassosa, ma non lo è, alla fine, tanto sinistramente anticipatori sono questi contenuti per un noi, per un oggi, che scontano una sorta di andamento del gambero, un a ritroso, davvero molto pericoloso. Non so se Archivio Zeta, con maggiore agibilità rispetto agli spazi, avrebbe fatto scelte diverse, ma appare efficacissima, geniale nella sua apparente semplicità la struttura lignea, come casetta, casamatta, cassetta a scomparsa e teatrino dei burattini a ridottissima apertura in cui si palesano le manifestazioni più becere del potere o dell’impotenza a seconda dei punti di vista. La piccola claustrofobica struttura è abitazione, studio d ‘avvocato e tribunale nello stesso tempo. Del resto, ogni spazio nominato è del Tribunale, è tribunale esso stesso. Kafka come antesignano di Mark Fisher, nel modo in cui rivela oscenamente il sequestro immaginativo operato dal capitale Molto brechtianamente e opportunamente, vengono chiariti anche tutti i punti in cui in realtà il romanzo non è completato. L’avvocato di cui Ka tenta di liberarsi è naturalmente difensore formalmente sì, ma anche parte di quel sistema giudicante, incurante inappellabile che sembra perpetuare forme consolidare di potere con formule accattivanti. Tanto che la nostra scatoletta a scomparsa è anche naturalmente, in quanto tribuna azzecca garbugli, un teatrino dei burattini, una roba da Totò. L’avvocato, più o meno importante, ma sicuramente maneggione è genialmente impostato come un fantoccio con il classico berretto da Sganapino, riverso sull’orlo della ribalta in attesa di essere rianimato dalla Legge. Il finale in qualche modo perverso e ingiusto appare come la chiusura di un cerchio predeterminato. Una processione di guitti macabra e allegra, accoglie e circonda Ka, predisponendolo all’estremo sacrificio finale. Un tributo bisogna pur offrirlo al sistema. E nella penombra che avanza nulla appare più predittorio, prescrittivo anche per noi, mentre ci infiliamo una giacchetta. Ma avremo modo a breve di parlare di tutto questo, consigliandovi di rimanere in sintonia e portare contributi come sempre. A questo dibattito e percorso spettacolare, che non prospettiamo né promettiamo breve, nonostante tutto.

Silvia Napoli

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IL PROCESSO

di Franz Kafka

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