NEL PROCESSO DELLA STORIA. DA CHE PARTE STARE
19/08/2026
SICILIA MEMORIE DAL SOTTOSUOLO
Giovanni Fontecoperta
IL PROCESSO
“Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato”
Franz Kafka, Il processo, 1914
“Odio gli indifferenti.
Credo che vivere voglia dire essere partigiani.
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.
L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.
Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia.”
Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917
“I biondi barbari hanno frantumato con la dinamite le case e le difese sul fiume.
Ma Pisa non è morta.
Ha solo chiuso gli stanchi occhi per non vedere tanto scempio, per non contare le troppe ferite»
«Corriere dell’Arno», 23 novembre 1944
Atteniamoci ai fatti processuali. Dove eravate in quel luglio del 1944 quando infuriava la battaglia lungo la valle dell’Arno? Prima che Firenze e Pisa venissero liberate da Partigiani e Alleati dal giogo nazi-fascista che aveva portato l’Europa e il Mondo nell’abisso della catastrofe, nell’abisso dell’inferno? Dove eravate? Cosa pensavate? Cosa facevate? Da che parte stavate?
Poco più di trent’anni dopo i fatti bellici Stanislao P. mi fece salire sul suo Maggiolino Volkswagen bianco per portarmi fino al Passo della Futa, a un’ora circa da Fiesole, percorrendo la via Faentina fino alle Quattro Strade, ai bordi del bosco della Villa Malaspina. La strada scende poi nella Valle boscosa del Mugello fino a congiungersi con la SS65 che arriva fino a Bologna. Era una mattina d’estate.

Al Passo, dal 1969, era stato aperto il Cimitero militare germanico con le decine di migliaia di sepolture. Oltre 30mila. Il più grande in Italia dei 400 sparsi in Europa scavati tra Prima e Seconda guerra mondiale, con oltre 5 milioni di sepolture. 5 milioni di lapidi mute con nomecognomedatadinascitadimorte, grado, e basta più.
Su questi monti e valli tra Toscana e Emilia, nel sali e scendi, nel curva e addrizza, il pensiero mostra ciò che gli occhi non vedono. Ciò che fu, ciò che è stato.
Nel 406 d. C. era stato Radagaiso a far convergere i Goti nella Penisola con l’intento di arrivare a Roma ma fu fermato dal generale barbarico Stilicone a Fiesole nella celebre battaglia dipinta da Vasari nel Salone dei 500 a Palazzo Vecchio. Fu Prima Linea contro i Goti. La prima. Nella Valle del Mugello i Goti furono catturati e respinti.

1539 anni dopo, nel biennio 1944-45, poi fu Linea Gotica dei nazi-fascisti contro i Partigiani e gli Alleati. Fu un’ecatombe, tra caldo, pioggia e neve. Furono le stragi degli Innocenti di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto tra le molte, fu lo stridore della battaglia e il fumo nero a cancellare umana pietà e ragione. Fra le basse lapidi grigio pietra inclinate a pendio, l’una verso l’altra, sono sepolti fino a 4 soldati prevalentemente della Wehrmacht della Campagna d’Italia, morti raccolti lungo la Linea Gotica e non solo.



Fu la Lapide a Ignominia di Calamandrei a Cuneo e poi sui Municipi di Barberino nel Mugello e Borgo San Lorenzo a definire la linea di confine morale, a dare il Giudizio storico lapidario e qui si legge:


È al Futa Pass che da oltre vent’anni la Compagnia Archiviozeta mette in scena rappresentazioni teatrali catartiche per la drammaturgia e regia di Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni, preghiere laiche e riflessioni storico-politiche, facendo di un muto cimitero un luogo di condivisione pacifica, di urgente e sapiente rilettura di testi che parlano all’Umanità di oggi. Da Eschilo a Sofocle, da Karl Kraus a Pier Paolo Pasolini, da Julio Cortázar a William Shakespeare, da Fëdor Dostoevskij a Thomas Mann fino al recente Processo di Kafka, in due parti.




Tra i defunti che furono nemici e per questo caduti lungo la Linea Gotica, tra il luglio e la primavera del 1945, la gran parte è composta da giovani poco più che ventenni dei reparti di fanteria e delle divisioni Panzer germaniche. Caduti per l’ecatombe mondiale voluta da quel manipolo di criminali salito al potere in Germania e in Italia. Caduti sotto il fuoco alleato, partigiano e angloamericano. Caduti anch’essi a migliaia nell’ecatombe peninsulare, dalle coste della Sicilia fino alla Pianura Padana.
Morti perché giudicati nemici da un Tribunale Umano Supremo che ordisce e ordina le guerre, che alterna ciecamente tra sopraffatti e sopraffattori. Una volta oppressi, una volta oppressori, nel ciclo interminabile della ruota del tempo. Una volta si riempiono i granai, un’altra volta si riempiono gli arsenali, per poi finire inevitabilmente a riempire i cimiteri. Caduti perché resi nemici dai loro superiori per avergli fatto impugnare l’arma contro altri uomini che avevano lo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore. Condannate a morte in combattimento dal Tribunale della Guerra, truppe occupanti in un paese che aveva messo a ferro e fuoco. Un paese che dopo la caduta del regime fascista voleva rialzarsi e liberarsi da un giogo di dittatura che aveva costretto in esilio, in carcere e a morte chi si opponeva al regime.


Mentre eri seduto nel sacrario interno del cimitero, seguendo la straordinaria messa in scena del Processo di Kafka, con il suo potere di perturbante insensatezza, sul filo della labirintica logica del Tribunale Supremo, l’occhio cadde su una lapide con decine e decine di nomi. Tra questi, Alois Siefried, nato il tuo stesso giorno, cento anni fa, l’8 ottobre 1926, morto il 21 luglio 1944 a Pisa, forse in combattimento, forse per proiettili americani, forse per i partigiani. Alois aveva 18 anni, era pioniere guastatore, così dice la formula abbreviata Pion. Era di Oberstinkenbrunn, un paesino nel nord dell’Austria di poche anime.
Nella mia copia della traduzione del Processo di Kafka scrissi la data del mio diciannovesimo compleanno, 8 ottobre 1986. Alois Siefried Pioniere, condannato a morte dal Tribunale Supremo del Bellicismo del secolo XX, quel giorno avrebbe compiuto 60 anni.

Ne immagino il volto da austriaco diciottenne virare su quello di un sessantenne, come nella serie di autoritratti fotografici di Roman Opalka. Il tempo scorre sui nostri volti in un time-lapse incontrollabile.
In una congiuntura ucronica, in un rammendo spazio-temporale, cosa ci saremmo potuti dire in quel giorno? Lui sessantenne e io diciannovenne? Avremmo potuto forse leggerci reciprocamente qualche pagina di Franz Kafka? Il veggente ebreo praghese ha mostrato come in un punto della Storia – nel tempo senza tempo – che si chiama ‘900, l’universo da esplorare è la coscienza umana in grado di farci capire cosa vi si nasconda di possibile e orrendo nei suoi meandri. Produttrice di distorsioni e credenze che agiscono sulla vita umana.
Tribunale, Processo, Giudizio, Condanna, Esecuzione della Condanna, fino al Giudizio Universale e la fine dei Tempi? Ossessionati dal Giudizio e dal senso di colpa. Così le religioni. Il processo tradotto da Primo Levi significò fare i conti con i temi limite dell’offesa, della giustizia incomprensibile e della dignità umana schiacciata da ingranaggi superiori, un’ombra tragicamente vicina all’esperienza del lager da lui vissuta.

Archiviozeta al termine della rappresentazione del Processo di Kafka ha annunciato il rischio che il lavoro pluridecennale al Cimitero germanico della Futa non possa più replicarsi. Le autorità germaniche, senza spiegazione argomentata, hanno infatti negato il rinnovo dei permessi.
Il Tribunale – come quello di Franz K – si è espresso senza ulteriori spiegazioni.
Tutti, ma proprio tutti, siamo sempre sotto qualche forma di giudizio. Non solo Tribunali, Commissioni, non solo Concorsi, Processi, Provini, Audizioni, Customer satisfactions.
Perennemente sotto Giudizio, giudicati e giudicanti, vittime e carnefici, oppressi e oppressori.
Kafka in queste serate di metà agosto mi ha parlato alla Futa tramite le parole, la voce e i corpi di Archiviozeta.
Nessuna accusa sarà più come prima, nessun Processo e Giudizio saranno più come prima.
Potere dell’arte, potere del teatro, nei luoghi dove un tempo passò la Linea Gotica.
Di qua o di là? Sempre di più consolido la comprensione da che parte stare.




Mentre scendevi all’imbrunire lungo le scale del Cimitero, l’occhio cadde su un grande insetto nero, allungato, con zampe e antenne. Evocato, Gregor Samsa, era lì per noi.
Le foto di scena sono di Franco Guardascione, courtesy Archviozeta.
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