Il cimitero germanico della Futa è uno dei sette cimiteri che accolgono le salme dei soldati dell’esercito tedesco caduti sul suolo italiano durante la Seconda guerra mondiale.
Nel 1955 venne stipulato un accordo fra l’Italia e la Repubblica Federale di Germania per la sistemazione definitiva delle salme dei soldati, tedeschi e non solo, inquadrati nell’esercito, caduti in guerra in territorio italiano. L’intesa stabiliva che lo Stato italiano avrebbe dovuto fornire gratuitamente ed in uso perpetuo le aree da destinare a cimiteri di guerra.
Il cimitero della Futa, realizzato a partire dal 1961 su progetto dell’architetto tedesco Dieter Oesterlen su una collina in comune di Firenzuola, a un’altitudine di 952 metri, viene inaugurato ufficialmente il 28 giugno 1969. Accoglie 30.766 salme, provenienti dai territori delle dieci province di Bologna, Firenze, Forlì, Lucca, Modena, Pesaro, Pisa, Pistoia, Ravenna e Reggio Emilia. Tutte le salme hanno un nome, esposti negli elenchi disponibili nella sala dell’edificio d’ingresso. Tutte le salme hanno una tomba, con una lapide che ne riporta nome e anni di nascita e morte.
Il sito web del cimitero – inaspettatamente – riporta una serie di informazioni largamente imprecise. «L’area intorno al Passo della Futa fu la zona di battaglia più importante della cosiddetta posizione gotica. Le truppe tedesche e alleate si scontrarono sulla linea di difesa nell’aprile 1945. Il 21 aprile 1945, le difese appenniniche tedesche crollarono dopo pesanti combattimenti. La maggior parte dei caduti di queste battaglie è sepolta nel cimitero militare del Passo della Futa». In realtà, lo scontro tra le truppe tedesche e quelle anglo-americane nei dintorni dei passi della Futa e della Raticosa – a ridosso delle fortificazioni denominate linea gotica – avvenne nel settembre 1944. Dopodiché le truppe tedesche si ritirarono verso nord, lungo la cosiddetta linea verde. I caduti tedeschi, secondo stime alleate, furono comunque molti di più, come tante furono le vittime anglo-americane. E i caduti sepolti alla Futa sono quelli di tutto il periodo tra il settembre 1944 e l’aprile 1945.
Il cimitero ricopre un terreno di una decina di ettari sparsi sulla collina nuda che dà sui monti dell’appennino tosco-emiliano. Un muro di pietra arenaria grigia a conci sfalsati e irregolari lungo duemila metri avvolge il colle fino alla cima, circondando i sepolcri. L’ultima spirale culmina in un imponente muro piramidale che si erge in altezza come una scheggia che trafigge il cielo avvolgendo su due lati il cortile d’onore sotto il quale si trova la cripta commemorativa. Da lì, una scala conduce alla sala commemorativa nella cripta, accanto alla quale si trova la tomba comune di 397 caduti tedeschi. All’ingresso della sala commemorativa, i loro nomi sono incisi su cinque grandi targhe in pietra. Il cimitero, dunque, è un luogo di memorie, un luogo di storia, un luogo della memoria.
Da ventitré anni, dal 2003, tra luglio e agosto, quel luogo impervio e isolato è stato la meta di quello che possiamo chiamare un pellegrinaggio teatrale assieme ad Archivio Zeta, la compagnia fondata e diretta da Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, dandogli così una nuova significazione, come afferma Luca Baldissara in Teatro di Marte, il bel volume pubblicato dagli stessi Archivio Zeta nel 2019 sul cimitero e sul loro esperimento teatrale.
Tra quelle tombe sui prati della collina della Futa ricoperti dalle file di tombe a raggera Archivio Zeta ha riletto, reinventato e allestito grandi testi della tradizione occidentale, da I Persiani di Eschilo, in cui i greci vincitori narrano la guerra di Troia dal punto di vista degli sconfitti, a Sette contro Tebe ad Antigone, da L’Iliade alla Orestea, la trilogia che racconta del ritorno del vincitore Agamennone dalle rovine di Troia alla natia Argo. E poi Gli ultimi giorni dell’umanità – il testo di Karl Kraus cui Luca Ronconi aveva dedicato un memorabile spettacolo (e non è un caso che Gianluca ed Enrica sono stati suoi allievi) – seguito dal Pilade di Pier Paolo Pasolini e poi dal Macbeth shakespeariano, I fratelli Karamazov di Fedor Dostojevsky, La montagna incantata di Thomas Mann, fino al Processo di Franz Kafka messo in scena l’anno scorso e quest’anno.
Per ventitré anni, Archivio Zeta ha portato ogni volta in scena un testo, reinterpretandolo, facendo del cimitero un palcoscenico, portando gli spettatori a seguire gli attori in lunghe camminate tra le tombe, risalendo e ridiscendendo tra le terrazze, in un dialogo muto e doloroso con quel luogo pregno di dolore e di memoria. Una scelta forte, che lascia lo spettatore spiazzato, preda di una confusione vertiginosa, come viene detto in Teatro di Marte. Per ventitré anni, Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti hanno dato ogni volta un significato nuovo a quel luogo, ponendo domande, gridando risposte.
Un luogo che, per la sua natura difficile non sarebbe stato conosciuto né visitato dalle centinaia di spettatori che, nel partecipare alle performance teatrali, hanno così potuto osservare quelle tombe, rendendo un omaggio ai caduti vittime della ferocia di un’ideologia di morte.
Se già il cimitero è – di per sé – un simbolo di ossequio e di pace, quel cimitero è una testimonianza di suprema civiltà di cui il nostro Paese deve andare fiero: lasciare che sul suo suolo riposino le spoglie di chi si fece portatore di violenza, seminando morte, occupando e sterminando le popolazioni che si frapponevano al suo disegno di dominio. E Archivio Zeta ha avuto il merito di rendere quel luogo simbolo di riflessione, in un’operazione di assoluto valore simbolico, per riconoscere con mano l’umana pietà del dare un luogo di riposo ai caduti di un esercito invasore.
Certo, quello era stato un esercito di un Paese del quale il nostro era stato alleato, un’alleanza di regimi il cui disegno era stato quello di un dominio feroce sull’Europa intera. L’esercito tedesco era penetrato in Italia per far fronte all’avanzata degli anglo-americani dal Mediterraneo. Ma il regime era crollato in Italia, con un cambiamento di fronte che avrebbe fatto dei tedeschi dei nemici, e la guerra avrebbe visto lo scontro per diciotto lunghi mesi tra i due eserciti, con le forze fasciste ricostituite da un lato a fianco dei nazisti, e le forze del Regno italiano a fianco dei nuovi alleati anglo-americani, mentre la Resistenza antifascista e antinazista andava organizzandosi in tutto il centro-nord.
L’esercito tedesco, lungo quei diciotto mesi, strinse l’Italia sotto il ferro di un dominio implacabile, combattendo tanto contro gli alleati che contro le forze del movimento resistenziale che cresceva con il sostegno della popolazione, rifacendosi con ferocia sulle genti inermi dei villaggi e dei paesi che ne ostacolavano le manovre. Lasciando così, nella memoria del Paese, il marchio di una violenza inusitata. Per la quale, il tedesco invasore rimase ad libitum emblema di sangue e di barbarica spietatezza.
Centinaia di migliaia furono i caduti: soldati di entrambi gli eserciti, partigiani, civili. Ricordati nelle migliaia di lapidi in centinaia di luoghi sparsi sulla penisola, sui monti, nei cimiteri di guerra. Che oggi possiamo visitare per ricordare quanto terribile fu quella guerra causata dalla folle ideologia di morte e di dominio cui anche il nostro Paese contribuì.
Visitare un cimitero tedesco, oggi, assume quindi il significato di riportarci a quella memoria e al sacrificio di vite umane che comportò.
Archivio Zeta, in questi anni, ha avuto questo grande merito: di portarci su uno di quei luoghi che muti parlano di quel sacrificio. E che ci mettono a disagio, perché ci costringono ad associare alla pietà umana per quei soldati morti, caduti sul campo, l’orrore degli eccidi che pure furono da quegli stessi soldati compiuti a centinaia sul territorio italiano.
Quanti sapevano dell’esistenza di cimiteri che raccolgono i resti dei soldati tedeschi? E quanti sarebbero andati a visitarli, se non fosse stato per il teatro di Archivio Zeta? Un modo per tenere viva non solo la memoria della guerra, non solo il ricordo dei carnefici, ma l’idea stessa che la guerra possa essere altro se non morte.
Che ora l’Amministrazione del cimitero della Futa voglia porre termine ad un accordo che ha permesso ad Archivio Zeta di fare di quei terrazzamenti sparsi di tombe il luogo di un rito – officiare la memoria mediante la recita e il coinvolgimento degli spettatori riflettendo sulla guerra attraverso i grandi classici – pone davvero più di un interrogativo.
Perché porre fine non tanto allo spettacolo quanto alla possibilità per centinaia di persone ogni anno di visitare quel luogo? Certo, il cimitero tornerà ad essere quello che è: un luogo di raccoglimento per chi vuole visitare quei caduti, un luogo che ne preserva le salme. Ma perché privarlo di quell’altra funzione che aveva assunto – un tramite, tra una memoria dolorosa e un pubblico interrogante ma sempre compartecipe – senza darne motivazione?
Forse che, secondo l’andare dei tempi che corrono, si vogliono tagliare i legami con un passato scomodo, far tornare quei morti ai soli tedeschi che li vogliono visitare (vi è ancora qualcuno che va a depositare un fiore su qualche tomba) escludendone gli italiani ignari che vi si recano solo per uno spettacolo suggestivo e toccante, per relegare, di nuovo, la memoria di quegli eventi lontani nel passato, oggi che ad altre guerre, pare, dobbiamo prepararci e avere così l’animo sgombro da inutili turbanti ricordi?
Il sipario si chiude su un’esperienza forse unica in Italia e in Europa, che ha saputo coniugare l’emozione del mettere in scena la grande letteratura che si dipana dal topos della guerra in uno dei più toccanti luoghi che più di altri ci parlano di quanto, sempre, atroce e folle la guerra sia.
