Il Teatro di Marte negato in un futuro di guerre da far detonare

data:

11/08/2026

Testata:

Urban Experience

Autore:

Carlo Infante

Argomento

IL PROCESSO

Il Teatro di Marte negato in un futuro di guerre da far detonare

Urban Experience

 

Far detonare in via preventiva comporta il fare esplodere in modo controllato una bomba prima che possa produrre danno. In fondo il teatro è stato inventato anche per questo: simulare conflitti per essere poi in grado di affrontarli, dopo averne appreso il processo degenerativo. È per questo che ha senso concepire un atto artistico di simulazione per detonare contraddizioni dirompenti che minano la vita civile, come la guerra ad esempio.

Questa è una riflessione che si antepone a quella su un evento emblematico, un Processo di Kafka agito da archiviozeta nel Cimitero militare germanico del Passo della Futa (ancora in programmazione fino al 23 agosto).

È preliminare perchè la direzione tedesca del Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge ha decretato che il 2026 sarà l’ultimo anno di rappresentazioni teatrali in quel Cimitero inscritto nella Linea Gotica che trapassò l’Appennino dall’Adriatico al Tirreno. Un’umiliante decisione che metterà a repentaglio il lavoro straordinario di archiviozeta teso ad esercitare il dispositivo-teatro come antidoto all’insostenibilità del Potere, a partire dalle Guerre. Questa notizia così negativa s’intreccia con il delirio kafkiano che era stato inverato teatralmente proprio in quei giorni in quel luogo. È un divieto che sembra immaginato da Kafka stesso. Il punto cardine della questione è nella maestria nel concepire e attuare un cimitero come luogo di pensiero ed è quindi grave che dopo più di 20 anni e 23 spettacoli insorga ora un divieto. Fare di quel cimitero un ambiente in cui la pietas si coniuga con la contemplazione pubblica sul senso della morte è importante proprio perchè non è una semplice cornice, è un cimitero militare tedesco della IIWW con più di 30.000 salme, per due terzi sotto i 20 anni: battaglioni di giovanissimi scaraventati lì per arginare disperatamente la spinta degli Alleati da sud e la guerriglia partigiana nella “macchia”. E’ in un posto simile che è accaduto qualcosa di significativo: un apologo drammaturgico che rende palese quanto si possa diventare “prigionieri” di una realtà incomprensibile, com’è abilmente espressa nella messinscena kafkiana di archiviozeta.

In quel Teatro di Marte (una definizione di Karl Kraus di cui 12 anni fa proprio li si vide un loro mirabile Ultimi giorni dell’umanità) è disseminata l’azione teatrale itinerante che trascina gli spettatori in un incubo percorso nell’architettura labirintica di Dieter Oesterlen (ideata nel 1959) da cui insorge un’aura spaesante, un vero e proprio spazio psicotropo (tropo è “ciò che volge altrove”). Il valore dell’operazione, oltre che nella geniale ricombinazione drammaturgica basata anche sui diari di Kafka, è proprio nella percezione in azione: nel creare le condizioni abilitanti perchè gli spettatori mettendosi in cammino si mettano in gioco. Un processo performante che sollecita lo sguardo in movimento, inducendo un continuo riposizionamento, cercando anche gli angoli più comodi, magari meno caldi. E’ grazie a questa dinamizzazione che si “abita” quel mondo teatrale in cui una volta sospesa l’incredulità si attiva una coscienza attiva capace di “appaesarsi” in quello spazio-tempo incritto in un’architettura talmente distopica che avrebbe potuto disegnarla Kafka. Il fatto che quella architettura paradossale – che sa di Marte e di morte, così verticale, in altezza, sul punto più alto del Passo della Futa, a 952 metri sul livello del mare – sia così prossima al cielo, così netta in contrasto con la luce da offrire ai corpi dei performer una chance scenica curiosa di stilizzazione. Si stagliano come figure astratte: pupazzi di un dramma pazzo che trasuda di paranoia stantia, risultante di un’asfissia repressiva allucinata.

Tutto ciò sfida il nostro essere spettatori e ancora più testimoni, come se si fosse investiti da una responsabilità, condividendo l’esperienza di un incidente o un delitto. In quel sacrario si è dentro un contesto denso ed evocativo, consapevoli di officiare ad un rito laico di cui si è parte effettiva, come un coro silente, se non addirittura coinvolti nell’empatia per K, la vittima sacrificale, impersonato da più attori in una staffetta vorticosa che fa temere d’essere coinvolti, ritrovandosi addosso quel cappottone nero effigiato con una grande K. Un giro d’azzardo fatale per cui quel marchio, come uno stigma può investire da un momento all’altro ciascuno di noi. Il fatto che accada in un luogo-monito contro la guerra dà un senso di gravità ancorapiù solenne, muovendoci tra le migliaia di tombe inscritte in una geometria perturbante che stordisce.

Ha avuto quindi molto senso l’incontro svolto domenica pomeriggio in un bel confronto con Lorenzo Donati, Graziano Graziani e Rodolfo Sacchettini, in occasione di un focus della rivista La Falena su come il teatro possa produrre antidoti contro i venti di guerra.

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IL PROCESSO

di Franz Kafka

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