Germania, ultimo atto alla Futa

data:

05/09/2026

Testata:

Cultura Commestibile

Autore:

Simone Siliani

Argomento

IL PROCESSO

C’è un cimitero, lassù fra i monti battuti dal vento e immersi nel silenzio, oltre il Passo della Futa, fra Toscana ed Emilia Romagna. Un cimitero di guerra, come ve ne sono tanti sparsi in ogni contrada d’Europa a testimonianza imperitura della follia omicida della Guerra Mondiale, detta Seconda ma il numero cardinale era ben più alto, divampata qui, nel Vecchio Continente. Ma un cimitero di guerra unico nel suo genere: vi sono tumulati 30.653 soldati delle forze armate tedesche. Quasi trentunomila giovani (il 42,5% nati negli anni Venti del secolo); molti di loro colpevoli di efferatezze verso civili, nessuno di loro completamente innocente. Erano l’esercito invasore, occupante, ma alleato dell’esercito italiano, della dittatura Fascista. Erano il nemico, ma al contempo l’alleato. Il che pesa come un marchio indelebile sulla responsabilità politica e umana del regime fascista italiano, il primo di tal fatta in Europa, e sui suoi epigoni, dichiarati o taciti (per ignavia o per inconfessabile fede). Eppure sono lì sepolti nel silenzio, nella dignità riconosciuta ai morti di ogni parte, sebbene ciò non sollevi di un grammo le loro individuali e collettive responsabilità; in una fissità atemporale propria di ogni cimitero, mentre la percezione e il senso dei fatti dei tempi di cui quei soldati sono stati protagonisti vengono continuamente discussi e reinterpretati.

Poi c’è una compagnia teatrale che dal 2003 fino ad oggi ha dialogato con quella tragedia di cui i 30.653 morti sono stati protagonisti, più o meno consapevoli, met tendo in scena nel silenzio di quei monti ventosi, al tramonto del giorno e forse di un’epoca, fra le tombe ordinate le tragedie del mondo antico e di quello moderno.

Attraverso Eschilo, Sofocle, Omero, Karl Kraus, Pasolini, Shakespeare, Cortazar, Dostoevskij, Mann, Kafka, migliaia di persone hanno potuto riflettere, elaborare un proprio pensiero sulla tragedia della guerra, della violenza nel tempo, quello degli autori, quello dei trentunomila soldati tedeschi, quello in cui stiamo vivendo, così carico ancora di nuove guerre, di nuove morti innocenti, di giovani che uccidono, tutti coinvolti e in diverso grado responsabili, nessuno innocente.

E, infine, c’è a Berlino non un giudice, ma un governo ottuso, impaurito dai fantasmi della tragedia di quasi 100 anni fa che incombono sulla Germania di oggi, che non riuscendo più ad elaborare quella colpa, pensa di potersene liberare ignorandola, ritornando sui passi di un tempo in cui già gli stentorei passi nazionalisti si trasformarono in quegli orrendi dell’oca, riarmandosi e rincorrendo nudi il vessillo sventolato a destra e a manca dagli epigoni del Terzo Reich come gli ignavi del terzo Canto dell’Inferno dantesco. Ecco quel governo a Berlino ha posto definitivamente fine a questo mirabile esperimento di educazione civica e di costruzione del pensiero critico attraverso il teatro che è stata l’esperienza di Archivio Zeta al cimitero di guerra germanico del Passo della Futa.

Non ci sono note le motivazioni ufficiali o reali di questa decisione delle autorità tedesche, la Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, associazione tedesca che cura le tombe di guerra, di emanazione diretta del Governo Federale. Immaginiamo che non si voglia turbare con la mise en scène delle altre tragedie della grande letteratura, la quiete della morte e l’oblio della Guerra Mondiale, la sacralità dello spazio cimiteriale. Ma non possono esservi quiete, pace e sacro, quando ovunque nel mondo si combatte, si massacrano civili, si preparano nuove guerre. Quindi, per spiegare questa decisione, non possiamo che fare ricorso ancora a Dante. Nell’Antinferno Dante colloca gli ignavi, appunto; “sciagurati, che mai non fur vivi”, cioè una schiera enorme di anime che per apatia e viltà non presero parte, come gli angeli che, nella rivolta di Lucifero, non si schierarono né con i ribelli né con Dio. Di questa storia non v’è traccia nelle Sacre Scritture ed è, quindi, probabile che Dante voglia riferirsi in forma di metafora alla storia, anche a quella a lui contemporanea. Saremo, dunque, anche noi legittimati a questa traslitterazione semantica se diciamo che a questa vasta schiera di ignavi si possono aggiungere quei governanti tedeschi che, oggi, per paura dell’incalzante crescita di consensi dell’Afd, invece di fronteggiarli apertamente in nome dell’umanità e della elaborazione storica del lutto e della tragedia che la Germania aveva pure svolto all’indomani della guerra, pensano di neutralizzarli presentandosi come una versione edulcorata del loro nazionalismo. Ma sappiamo, tragicamente, che questa strategia è fatalmente perdente, come lo fu quella dei nazionalisti monarchici in Italia e in Germania negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, che spianarono la strada all’avvento del Fascismo e del Nazionalsocialismo..Siamo tornati, sembra, a “Germania, anno zero”, il capolavoro neorealista di Rossellini, ma prima della catastrofe della guerra: non c’è innocenza possibile che solleverà dalla colpa dell’ignavia; non c’è virtù nella prudenza, neppure in quella della politica, quando sono in gioco le “leggi eterne della morale e della pietà cristiana, che sono alla base della vita degli uomini” (come recita il cartello introduttivo del film). Nell’Europa di oggi questo è in ballo. Ovunque s’avanzano ideologie, forze politiche nazionaliste, progetti culturali, idee e pratiche di esclusione verso le diversità etniche, religiose, culturali, violenze verso le minoranze ignorate se non quando tollerate dalle forze dell’ordine (ma di quale ordine?), piani di riarmo e di preparazione alle guerra. A tutto questo sempre più governi partecipano attivamente o assistono senza mettere in atto un contrasto culturale, economico e sociale intransigente, di cui una memoria consapevole del passato costituirebbe il necessario innesco. Ma no, non ci arrenderemo alla ineluttabilità del ripetersi della storia, alla ignavia colpevole, all’oblubinarsi della memoria, alla rinuncia senza lotta, alla ripetizione senza cambiamento, cioè ad una vita senza ricerca culturale, che non è vita. E così farà anche Archivio Zeta che cercherà e troverà altri Teatri di Marte su cui mettere in scena la tragedia e la speranza, due facce della stessa storia.

Link all'articolo originale

IL PROCESSO

di Franz Kafka

Vai alla pagina dello spettacolo

Tutti gli articoli su IL PROCESSO

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi