«Il processo» di Franz Kafka nel cimitero militare germanico

data:

08/08/2026

Testata:

Gazzetta di Parma

Autore:

Valeria Ottolenghi

Argomento

IL PROCESSO

Un’esperienza ai più alti livelli, per lo spettacolo – regia e recitazione – esaltato per bellezza e intelligenza dal dialogo, visivo e di senso, con il luogo, il cimitero militare germanico della Futa tra Bologna e Firenze: all’arrivo si scorge «tra le cime degli alberi una sorta di alta lama di pietra scura – scrive nel bel saggio introduttivo Elena Pirazzoli al volume ‘Teatro di guerra’ – in quel luogo raccolte le spoglie di più di 30.000 soldati tedeschi caduti durante la seconda guerra mondiale».

Molto interessante tutto il percorso di realizzazione del cimitero, per la scelta del luogo, a quasi mille metri d’altezza, tutto intorno solo vegetazione, per la realizzazione architettonica, razionale e labirintica, a firma di Dieter Oesterlen, tra ampi piani di sepolcri e spazi interni con fitte liste di nomi, mura di diversa altezza, scalinate, vasche d’acqua circolari. Archiviozeta lavora da diversi anni in questo spazio, mai indifferente a ciò che viene rappresentato, Eschilo e Karl Kraus, Shakespeare e Thomas Mann…

E ora «Il processo» di Kafka, ebreo che morì prima delle persecuzioni naziste che travolsero persone a lui care e conoscenti.

E il titolo dello studio della Pirazzoli è «Sul luogo del nemico. Con un vertiginoso senso di confusione».

La Storia lascia tracce che a volte hanno bisogno siano rese visibili: senza eccesso di sottolineature, ma per echi multipli, stratificazioni
complesse, schegge che ricordano sconfinati dolori – ed è quanto sa fare il teatro, specie se a rielaborare i testi, a organizzare lo spazio, a equilibrare meravigliosamente ruoli e recitazione c’è Archiviozeta e i suoi interpreti, Mattia Bartoletti Stella, Diana Dardi, Gianluca Guidotti, Pouria Jashn Tirgan, Sofia Longhini, Giuseppe Losacco, Enrica Sangiovanni, tra loro anche chi ha la responsabilità di drammaturgia e regia. Appare in alto come un antico germanico il primo K, in verità l’iniziale sul mantello appena intravedibile dalle cucitore: ruotato, la K si rivelerà lettera grande e colorata che darà all’uno o all’altro l’identità del protagonista, un’individualità mobile dunque in un’opera dove tutto è incerto, ambiguo, sfuggente. «Il tribunale non vuole niente da te…».

Lo spettacolo è itinerante, ma in un unico ampio spiazzo si svolge la scena iniziale, quella dell’arresto il giorno del trentesimo compleanno di Joseph K, il dialogo con la signora Grubach, l’incontro con la signorina Burstner che arriverà improvvisamente a baciare.

Il nero è dominante, la recitazione scandita, fedele ai passaggi del romanzo che, come spesso con Archiviozeta, avanza a puntate: questa prima parte si conclude poco dopo il tentativo di seduzione della moglie dell’usciere che lascia intravedere la possibilità di aiutare K
presso il giudice istruttore.

Gli spettatori seguono il gruppo, tra le mura, all’interno. Diverse le apparizioni sorprendenti, con interpreti con più ruoli. Si cammina anche sui confini delle zone sepolcrali.
Anche se prevale l’aspetto rituale, scandito, dell’azione scenica,
«Il processo» – che in quanto tale non avrà mai luogo – conserva meravigliosamente nello spettacolo, in forme differenti ma affini, le contraddittorie verità psicologiche, che sono anche storiche, politiche, di chi cerca di conservare la propria razionalità in un mondo incomprensibile, assurdo, enigmatico, dentro cui l’individuo,
insicuro infine anche di se stesso, è destinato a perdersi.

Certamente si cercherà di andare a vedere alla Futa anche la seconda parte di questo «Processo», di cui ben si ricorda la straziante battuta finale, K accoltellato al cuore, «’Come un cane!’ disse e gli parve che la vergogna gli dovesse sopravvi-vere».

Al termine sembrava non dovessero mai finire gli applausi del folto gruppo di spettatori, numerosi i critici presenti per questo spettacolo magnifico, struggente, tutti bravissimi.

Repliche fino al 23 agosto.

Valeria Ottolenghi

IL PROCESSO

di Franz Kafka

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