Vizio di forma

Progetto areadibrocà

di Primo Levi

foto archivio zeta

VIZIO DI FORMA

Lavoriamo sull’opera più nascosta di Primo Levi, nel centenario della sua nascita, alla ricerca di una sua voce cosmica e poetica, nel tentativo di trovare destinatari e significati per un balbettio radio senza destinatario e senza senso: siamo partiti dallo studio dei racconti di fantascienza scoprendo un mondo ricchissimo di idee, predizioni, immagini, angosce. La scrittura di questo lucido intellettuale (troppo spesso intrappolato nel consolatorio ruolo di testimone) è un pozzo senza fine di riflessioni filosofiche sull’essere umano oggi, sul potere della tecnica, sul destino delle nostre coscienze, sul tessuto originario, sulla falsificazione del linguaggio, sull’abuso pornografico delle immagini, sulla distruzione della natura. Ci troviamo in un buco nero e una funzionaria, specialista nel mestiere di infilare anime nei corpi, cerca di venderci, a noi – non-nati -, la vita sulla terra: non ci saranno altre occasioni, i candidati sono tanti e ognuno dovrà scegliere in piena libertà.

Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni

Dal 05/02/2019
Al 06/02/2019
h21:00
uno spettacolo liberamente ispirato all’opera di Primo Levi
‏di e con Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni

partitura sonora Patrizio Barontini
tecnica
Andrea Sangiovanni
trattamento montaggio e proiezione super8
Alberto Gemmi
sculture in cera e oggetti di scena 
Francesco Fedele
grafica Web Logo Design
produzione archivio zeta /progetto areadibrocà

foto di Franco Guardascione

Vizio di forma

Progetto areadibrocà
di Primo Levi

Anche nell’era dei modelli cibernetici la mente continua ad apparirci, come gli antichi la immaginavano, uno spazio interiore -simile a un teatro- in cui visualizziamo delle immagini che ci consentono di ricordare.
Davanti al dolore degli altri – Susan Sontag

VIZIO DI FORMA
uno spettacolo liberamente ispirato all’opera di Primo Levi
di e con Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni

musica Patrizio Barontini
tecnica Andrea Sangiovanni
super8 Alberto Gemmi
oggetti Francesco Fedele
foto Franco Guardascione
collaborazione Luisa Costa e Rossella Gibellini
grafica Web Logo Design

Abbiamo deciso di lavorare sull’opera più nascosta di Primo Levi, alla ricerca di una sua voce cosmica e poetica, nel tentativo di trovare destinatari e significati per un balbettio radio senza destinatario e senza senso: siamo partiti dallo studio dei racconti di fantascienza scoprendo un mondo ricchissimo di idee, predizioni, premonizioni, immagini, angosce.

La scrittura di questo straordinario lucido intellettuale (troppo spesso intrappolato nel consolatorio ruolo di testimone) è un pozzo senza fine di riflessioni filosofiche sull’essere umani oggi, sul potere devastante della tecnica, sul destino delle nostre coscienze, sul nostro tessuto originario, sulla falsificazione del linguaggio, sull’abuso pornografico delle immagini, sull’apocalittica distruzione della natura.

Poter lavorare su questo magma incandescente permette al nostro teatro di andare a fondo su diverse questioni aperte in altri spettacoli: il ruolo del pubblico come parte attiva della drammaturgia e della scena, l’analisi metafisica del testo, il rapporto dialettico tra immagine e parola.

Siamo in un buco nero, in-nessun-posto (nowhere, e in effetti siamo dalle parti di Erewhon di Samuel Butler) e una funzionaria, specialista nel mestiere di infilare anime nei corpi, cerca di venderci, a noi – non-nati -, la vita sulla terra: non ci saranno altre occasioni, i candidati sono tanti e ognuno dovrà vedere, giudicare e scegliere in piena libertà. 

Su una scena popolata di oggetti di cera d’api, pronti a liquefarsi o a essere modellati, e di fil di ferro, come le sculture volatili che Primo intrecciava con gli scarti di lavorazione, spazzata da rumori di fondo e venti cosmici che recano frammenti di onde sonore frutto del massimo sviluppo della sensibilità musicale occidentale, su questo spazio profondo e sospeso nel disumanesimo cosmico (così originariamente si sarebbe dovuta intitolare la raccolta di questi racconti) non si tenta di vendere merce ma di procacciare l’affare della vita, dello spazio-tempo, con gli strumenti analogici della parola e dell’immagine.

I partecipanti, in qualità di candidati non (ancora?) nati, sono posti in primo luogo di fronte alla meravigliosa esperienza della progressione logico-argomentativa che il nostro cervello produce nell’area di Brocà, l’area del linguaggio articolato e in secondo luogo vengono investiti da una materia sensibile alla luce e altamente infiammabile che l’occhio codifica in una sequenza continua di immagini, chiamati fotogrammi. Emergono fasci di parole cibernetiche che rappresentano un comune immaginario (la banalità della vita quotidiana e i luoghi comuni della violenza) e lampi di pellicola dissepolta su cui delicatamente si fissano acidi, volti, azioni e gesti di un’altra liberazione, quella dallo scandalo della psichiatria tradizionale.

Le parole e le immagini dovrebbero fissarsi come una vernice, uniformi, senza grumi, ingannare e sedurre tutti noi, spettatori soddisfatti e prigionieri non-nati incatenati nella Caverna.

Ma qualcosa si inceppa e inizia a emergere una faglia, un vizio di forma, una lacerazione nel nostro tessuto connettivo che scopriremo essere ordito tragico, connesso proprio al più grande vizio, quel Lager generato dal sonno della ragione.

Questo teatro in cui siamo immersi come ombre ci chiede: che cos’è la conoscenza? che cos’è il bene? perché si dovrebbe scegliere di venire al mondo allora? perché, malgrado tutto, si dovrebbe balzare nell’Essere?

Lo stupore chimico a cui Primo Levi ci pone davanti con queste domande è un commovente elegiaco disperato atto d’amore e di lotta.

In un luogo non ben definito un procacciatore d’affari illustra ad un pubblico di anime la bellezza e i vantaggi della vita sulla terra. Durante l’esposizione di immagini e avvenimenti che riguardano prima il pianeta terra nella sua conformazione e unicità e poi l’umanità stessa, si affrontano quasi involontariamente anche alcuni temi negativi come il razzismo, la guerra, la differenza sociale. Temi trattati dal venditore come imperfezioni dell’essere umano, quindi un vizio di forma. L’anima prescelta verrà tentata da contratto di nascita con condizioni vantaggiose, una nascita in ambiente privilegiato. La decisione del prescelto risulterà tutt’altro che scontata.

Archivio Zeta inaugura al Teatro delle Moline il progetto AREADIBROCÀ che ha come obiettivo di lavorare sulla relazione tra mente, linguaggio, suono, voce, discorso, pensiero. L’area di Brocà, o area del linguaggio articolato, è una parte dell’emisfero dominante del cervello, il centro cerebrale che presiede alla trasformazione in lingua parlata dei nostri pensieri. Prende il nome dal medico e anatomista Paul Pierre Brocà che fu il primo a descriverla nel 1861.

La prima tappa del progetto è un cantiere di ricerca dedicato a Primo Levi che, a trent’anni dalla morte, intende indagarne l’opera anche nelle sue parti meno note.

Vizio di forma, liberamente ispirato ai racconti fantascientifici e all’opera poetica di Primo Levi, debutterà il 9 novembre e verrà replicato fino al 10 dicembre 2017.

Durante questo periodo si avvicenderanno degli ospiti, invitati proprio in virtù della loro passione e conoscenza dell’universo letterario e intellettuale di questo grande testimone, ai quali, dopo lo spettacolo, sarà affidato il compito di approfondire e riflettere, porre e ricevere domande, aggiungere conoscenza e pensiero.

Hanno accettato il nostro invito Rossella Menna (studiosa di teatro e dramaturg), Martina Mengoni (Primo Levi e i tedeschi, Einaudi 2017), Lorenzo Pavolini (Rai Radio3, Primo Levi alla Radio), Pietro Scarnera (Primo Levi, Una stella tranquilla, Comma22 2016), Massimo Bucciantini (Esperimento Auschwitz, Einaudi 2011), Domenico Scarpa (Consulente Centro Studi Primo Levi, Album Primo Levi, Einaudi 2017) e Francesco Cassata (Fantascienza?, Einaudi 2016).

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