EDGARDO BELLINI | Secondo Aristotele l’Edipo re di Sofocle costituisce il modello perfetto di tragedia: esemplare è la trama, che fa convergere ogni elemento narrativo verso il finale tragico, e potente è l’effetto emotivo sullo spettatore che, pervaso dalla pietà e dallo sgomento, raggiunge la catarsi. A distanza di molti secoli la vicenda di Edipo conserva il suo potere perturbante, avendo accumulato col tempo significati e riflessi simbolici legati a nuovi contesti  di senso. Per Pier Paolo Pasolini la parabola di Edipo rappresenta la condizione dell’uomo occidentale, cieco dinanzi alla propria alienazione e incapace di liberarsi da un destino imposto dall’alto: non dalla divinità, ma dal capitale. La psicoanalisi trasforma Edipo nella metafora di un desiderio indicibile, ribaltando una sventura individuale in un fenomeno psichico universale.
Dinanzi alla più celebre e stratificata delle tragedie greche, la compagnia archiviozeta si pone con intelligenza e rispetto: la messa in scena è totalmente affidata al potere del testo, nella limpida traduzione di Federico Condello, mentre ogni elemento esteriore viene portato al minimo grado di connotazione, per lasciare che la scrittura dispieghi la sua potenza tragica senza limitarsi a una particolare precipitazione del senso. In questa logica, la presenza di due soli attori – Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni – rende persino più efficace la rappresentazione, che si fonda sull’esattezza della parola quasi ricostruendo la condizione originaria della scena sofoclea. Intorno al protagonista orbitano tutte le figure che provocano la progressiva agnizione, come emissari del divino che spingono il protagonista verso la tremenda verità; l’iconografia dei personaggi è più simbolica che mimetica – una maschera, un colore, un bastone – e tanto basta a motivare la forza rivelatrice della parola (ne parlava già Renzo Francabandera).
Edipo compare sulla scena a piedi nudi, per ricordare a chi lo guarda – senza che lui lo sappia – il bambino che è stato, il neonato dai “piedi gonfi” (il suo nome non significa altro che questo) già segnato dalla violenza; quando li copre con le calzature sta occultando una volta in più le sue origini, e perciò il suo destino: è il primo atto della vestizione, quello che nasconde la predestinazione con l’abito provvisorio e ingannevole del re. Il suo trono, sospeso sulla testa come una spada di Damocle, è una sedia di quelle che si trovano nelle sale d’attesa dei consultori; un segno che richiama uno spazio clinico, la psicoanalisi, l’Edipo freudiano, l’universo turbato dei pensieri del protagonista che un po’ alla volta diventano storia.
Centrale nel lavoro di archiviozeta sui testi classici è l’uso della voce e della recitazione; che si emancipa da qualunque intonazione imitativa o realistica per scolpire con attenzione la parola letteraria senza marcarla con un’intenzione definitiva. Ogni suono, ogni espressione sono studiati nel profondo, per rendere pienezza alla scrittura: se nel teatro moderno il testo si separa dall’autore e diventa materia propria dell’interprete, nel lavoro rigoroso di Guidotti e Sangiovanni lo spettatore viene avvicinato alla parola dell’autore da uno sforzo di fedeltà che non è filologia ma rispetto sacrale dell’opera.
D’altro canto tutta la rappresentazione ha il gusto di un rituale, a partire dalla lenta camminata del pastore che all’inizio percorre il perimetro della platea imprigionando nella vicenda gli stessi spettatori; che diventano coro silenzioso, il popolo stesso di Tebe muto e sgomento dinanzi all’incalzante catabasi del re. Un rituale di cui fanno parte anche i pochi, ma precisi oggetti sulla scena: il bastone di legno che diventa scettro, la maschera ambigua di Tiresia, i mantelli regali dalla foggia senza tempo. Segni piccoli ma espressivi, come la grande Y tracciata sul palco su cui si svolge l’azione: certo, il trivio del testo di Sofocle, dove Edipo uccide senza conoscerlo il padre Laio, che però ricorda anche il cromosoma maschile, quel dettaglio genetico che per Edipo istituisce la condanna della predestinazione.
A integrare lo straniamento espressivo degli attori alcune voci registrate separano i diversi episodi come stasimi eseguiti da un coro estraneo alla scena; si tratta però di voci interiori, pensiero occulto che ingrandisce il mistero psichico dei personaggi e il loro strazio dinanzi all’incombenza del caso. Prezioso il complemento sonoro delle musiche scritte da Patrizio Barontini, allievo di Sciarrino e di Berio, che dilatano lo spazio psicologico entro cui si svolge l’azione senza sovrapporsi alla parola ma come voce ulteriore della trama.
La messa in scena di questo Edipo re alla Galleria Toledo segna la prima discesa a Napoli della compagnia. Si deve alla sensibilità di Laura Angiulli e Rosario Squillace l’aver portato in una delle capitali italiane del teatro il lavoro prezioso e autentico di questo gruppo teatrale. La promessa è di rivederli presto al Sud.

EDIPO RE

da Sofocle
traduzione Federico Condello
con Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti
regia archiviozeta
musiche Patrizio Barontini
luci Vincenzo Scorza
suono Tempo Reale
sartoria Made in Tina
tecnica Vincenzo Scorza

Galleria Toledo, Napoli | 6 marzo 2026