Pro e contro Dostoevskij

Simone Siliani | 03/08/2019 | Cultura Commestibile

“L’Europa è un cimitero e nient’altro”, scandi- sce Dostoevskij (Gianluca Guidotti) compien- do una lenta ruotazione su se stesso di 360°, mostrando al pubblico la vastità desolata delle tombe dei soldati tedeschi (oltre 31.000) sepolti nel cimitero di guerra germanico del Passo del- la Futa. E’ uno dei momenti topici della nuova produzione di Archivio Zeta, “Pro e contra Dostevskij”, nella loro lunga e tutte le volte rin- novata residenza artistica e spirituale in questo luogo, che ogni volta si incarica di dimostrarci come la grande letteratura o la tragedia classi- ca sono tali proprio perché travalicano il loro tempo storico e sono capaci di discendere nel profondo dell’abiezione e della tragedia umana. E, allo stesso tempo, questo luogo silenzioso, che possiamo solo immaginare frastornato dal- lo scontro finale sulla Linea Gotica poco più di 70 anni fa, si dimostra uno dei luoghi scomodi, difficili, drammatici eppure densi di possibilità, della memoria. In questo Teatro di Marte, di rappresentazione plastica della guerra, Gian- luca Guidotti e Enrica Sangiovanni iniziano un nuovo percorso con questo lavoro su Dosto- evskij (o forse è la continuazione di quello più ampio iniziato con “Antigone” ormai molti anni fa) che sarà in scena fino al 18 agosto (prenotazioni https://www.archiviozeta.eu/). Un lavoro come sempre denso, profondo, che richiede la concentrazione del pubblico, anche nei mo- menti di silenzio e di trasferimento da una scena all’altra, che cuce insieme echi e frammenti de “Il sogno di un uomo ridicolo”, e di alcune scene de “I fratelli Karamazov”, tratte soprattutto dal libro V della parte II, che nel romanzo si intitola appunto “Pro e contra”, e li trasfonde in un con- centrato di una nuova opera sul libero arbitrio, sulla paura della libertà, sul potere, sulla dialet- tica fra bene e male che, però, è sempre irrisolta, dentro ciascuno di noi, collocandoci tutti in una zona grigia in cui siamo tutti responsabili, nessu- no completamente colpevole o totalmente inno- cente; sullo scontro finale e definitivo fra parole e silenzio. Ecco perché il punto culminante di questo lavoro non può che essere il confronto, lo scontro, fra il Grande Inquisitore e Gesù, che l’Inquisitore pretende anch’egli colpevole (anzi forse il massimo colpevole), investendolo di pa- role, filosofie, predizioni, insulti, ottenendo il silenzio e l’innocente bacio come unica salvifica risposta. Un apologo sulla libertà fra i più poten- ti della letteratura moderna: la libertà e la sua relazione irrisolvibile con il potere. Il Grande Inquisitore è la quintessenza del potente con- temporaneo: egli aderisce ad un ideale quello cristiano, lo stravolge e lo usa per costruire un consenso, una assuefazione rassegnata del popolo al suo potere. L’arresto di Cristo: “Ed ecco, tanta è la sua potenza e a tal segno il popolo è ormai assuefatto, sottomesso e pronto a obbe- dirgli, che immediatamente la folla si apre a far passare le guardie, e queste, nel mortale silenzio sopravvenuto di colpo, pongono le mani su Lui e Lo conducono via”. E’ un potere subdolo, ma anche arrogante, in grado di sfidare il Cristo, rimproverandolo di non aver voluto, di non aver avuto il coraggio di garantire il pane ai milioni per lasciare la libertà come possibilità, che solo poche migliaia hanno accolto: un potere popu- lista, diremmo oggi, che scambia la libertà come possibilità con il pane terreno e la felicità come realtà. L’Inquisitore rimprovera Cristo di aver respinto la prima tentazione del demonio nel deserto: “Tu vuoi andare nel mondo, e ci vai con le mani vuote, con non so quale promessa di libertà, che quelli, nella loro semplicità, non possono neppur concepire, e ne hanno timore e spavento… Tu non hai voluto privar l’uomo del- la libertà, e hai rifiutato: giacché, dove sarebbe la libertà… se il consenso fosse comperato con il pane?”. Pane terreno a sufficienza per ciascuno e libertà sono incompatibili, perché gli uomini “non sapranno farsi le giuste parti fra loro!”. Come possiamo misurare la nostra libertà? Davanti a chi inchinarsi? Queste domande del classico di Dostoevskij si abbattono sul coro si- lenzioso dei caduti qui al cimitero germanico della Futa. Ma Cristo è su un altro mondo, in un’altra dimensione, quella in cui regna il silenzio (contro il profluvio di parole dell’Inquisitore) perché è terribile la testimonianza della libertà. Ecco l’attualità della lezione di Dostoevskij; insieme al tema della genuflessione dei più davanti al potere e alla tentazioine terribile del potere che avvolge e spesso vince ogni utopia di giustizia. Di fronte alla quale l’unica possibili- tà di salvezza è la scelta per la libertà assoluta: “Invece di prender possesso della libertà degli uomini, Tu gliel’hai resa ancora più grande! … Non c’è nulla di più ammaliante per l’uomo che la libertà della propria coscienza: ma non c’è nulla, del pari, di più tormentoso”. Respingere la tentazione del potere, “la felicità da esseri de- boli”, salvarsi perdendosi, contro la scelta della Chiesa istituzione:“Già da gran tempo noi non siamo con Te, ma con lui…Sono precisamente otto secoli che noi abbiam preso da lui ciò che Tu sdegnosamente rifiutasti”. Ascoltare oggi questo apologo sulla libertà, in questo cimitero che rappresenta al suo massimo la genuflessione del mondo al più terrificante dei poteri, ci impo- ne una nuova riflessione sul libero arbitrio, che non è un tema storico, bensì contemporaneo. E ancora una volta, Archivio Zeta dimostra come il teatro civile, così filologicamente connesso con i testi classici, abbia una vitalità e una in- tensità irrinunciabili, proprio quando rifugge la retorica della libertà e ne sonda le regioni più oscure e remote, dentro di noi.