Troppo sole per essere nero, un Macbeth troppo poco sanguinario

Tommaso Chimenti e Giulia Focardi | 30/08/2016 | Recensito

TROPPO SOLE PER ESSERE NERO, UN MACBETH TROPPO POCO SANGUINARIO

Troppo sole per essere nero, un Macbeth troppo poco sanguinario

FUTA – Passando dalla tragedia greca alle atmosfere cupe e torbide shakespeariane qui, a questa altitudine fredda e gelata, lascia sempre la sua scia, il suo odore rancido di sangue. Sembra di vedere la collina imbevuta di rosso, di tutto quel liquame versato nei secoli, nei millenni. Anche se le tombe sono timide e stanno a terra, quasi schiacciate dal peso del tempo, della vergogna. La stupidità del Male si nota, è debordante, allarmante, fa rumore in questa spianata di tavolette marmoree che scende dal pendio e arriva nel bosco. 30.000 ragazzi, (tedeschi, ma questo non ha molta importanza) sepolti sotto i nostri piedi, sono il terreno, il pavimento, le tavole del palcoscenico che gli Archivio Zeta calpestano per questo “Macbeth” che si agita tra pietre e ulivi, tra il pennone in alto dove sbattono le bandiere (simboli vuoti) e il limite della boscaglia. “Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto”. (Thomas Jefferson)
La tramontana soffia forte sulla Futa e spinge i suoi refoli tra le lapidi chiare, in questa immobilità sacra, che tutto acquieta e placa, luogo ideale per il lavoro che da anni Archivio Zeta sviluppa su questa collina accarezzata dal sole, narrazioni tragiche, sanguinarie. Ci sentiamo soli, inermi, impotenti mentre la Storia ci passa accanto, ci sfiora, ci schiaffeggia travestita da Edipo, da Pilade o da Macbeth. Quest’anno il dramma shakespeariano rimbomba qui come un richiamo, un presagio, un racconto senza epoca. “La bruttezza del presente ha valore retroattivo”. (Karl Kraus)macbeth1
Sempre itinerante rimane il nostro viaggio dentro le pieghe del mistero umano, sforzandoci di capirlo, di comprenderlo. A cavallo tra il giusto e l’ingiusto, il puro e l’osceno è questo Macbeth che però è deficitario nel carico di pathos. Se ne avvertono le potenzialità (anche se costumi, tra monaco e pastori, e musiche ci conducono verso un consolidato e consuetudinario armamentario e d’impostazione classica; si poteva osare) ma di sottofondo si percepisce, fragile ma costante, quella energia e possibilità incompiute che miscela e macera, impasta e agglomera, mantecandoli, sangue, follia e privazione, i tre cardini su cui getta le sue basi traballanti ed effimere il Signore di Cawdor. “E’ la dose che fa il veleno”. (Paracelso) Il trasporto interiore di cui avrebbe bisogno è stritolato in un’atonalità espansa e continuata (ma decibel elevati e acuti) che risuona e rimbomba nella vallata e che, proprio per questo, si perde, rotola. Macbeth è tormento morale introspettivo spirituale, talmente intimo da toccare non la materialità dell’uomo ma quel confine che lo lega a Dio, alla natura stessa del suo essere, della sua discesa sulla Terra. “Chi vola alto è sempre solo”. (Rudolf Nureyev)
Nel nuovo lavoro drammaturgico di Archivio Zeta (produzione Elsinor, in collaborazione con ERT, Teatro dell’Argine, Comune di Bologna e Bé bolognaestate) è determinante anche la presenza, vera novità rispetto al passato autonomo, di Stefano Braschi, vibrante e spaventoso Banquo, Giuditta Mingucci – sorella fatale, feroce e pungente – e Ciro Masella, Duncan sanguigno, tenebroso, quasi schizofrenico, che l’attore plasma, adatta alle proprie corde, fa ribollire nel suo mare nero che ci travolge. “Una mela guasta può far marcire una mela sana, ma una mela sana non può sanare una mela guasta”. (Mario Rigoni Stern)
Lady Macbeth è una fiammella vibrante, la meridiana di un tempo ingannevole carico di orrore e odore di morte; Enrica Sangiovanni è centrata, potente ma non abbastanza noir da farci sentire il marcio di un’esistenza intrecciata tra fili rossi (come il mantello di cui si avvolge) e piani diabolici, la regina prevaricante che guida e induce il marito a farsi fautore del proprio destino, predetto, annunciato, l’intenzione, ma non il coltello, la mente ma non la mano, la manipolatrice incapace però di assecondare la propria anima nel declino macbeth2sanguinario. “Non sei senza ambizione, ma ti manca la crudeltà che deve accompagnarla”.
Lady Macbeth/Sangiovanni ci guida negli spazi del cimitero militare, come a chiederci di inseguire le ombre delle loro anime sporche, di spingersi più in là, oltre il confine del concesso, del giusto e, nella ricerca senza fine, nel ribaltamento continuo dei limiti, questo luogo espande ed esaspera i sentimenti della narrazione, ci accoglie e sgretola i nostri valori borghesi. “Degli uomini cattivi puoi fidarti. Quelli almeno non cambiano”. (William Faulkner)
Negli occhi, nella memoria, nelle orecchie non ci rimane il sangue caldo, un sangue che nella tragedia non è soltanto elemento fisico ma diventa e si sublima in un vero e proprio personaggio che ora aleggia, adesso si mostra concreto e materiale e tutto imbratta, la terra, le spade come i sogni. La sensazione di essere invasi e aggrediti da questo fiume in ebollizione che tutto travolge, da questa cascata che macchia e insozza, grave e sporca, rimane nell’intento e si perde nelle scene, negli spostamenti. “La cattiveria dei buoni è pericolosissima”. (Giulio Andreotti)
Il visionario esce a tratti in alcuni drappeggi che orpellano di senso, carichi di aperture: l’”uovo di dinosauro”-scettro del nuovo potere che avanza, che nasce da questa sorta di placenta; il cerchio che chiude e recinge il nuovo Re ammorbato dalle presenze, dalle anime che gli svolazzano attorno e lo rendono folle e inquieto e senza sonno, il cerchio invisibile, o che solo lui riesce a vedere e sentire sempre più claustrofobico attorno a sé, che lo (co)stringe, lo serra, lo accalappia, lo soffoca. La tela emblema dell’ambizione: sullo sfondo una città di palazzi e finestre, uno skyline che affiora nel panorama; dietro un gigantesco Sol dell’Avvenire rosso e tanti fil rouge, carrucole e strade e lacrime, che scendono come torrenti dal monte. Un telo-disegno-macchinazione che diventa mantello sotto il quale ripararsi, coprirsi, riscaldarsi, avvolgersi. “A che punto è la notte” quando la notte sei tu? “L’ambizione, tra tutti i vizi umani, è quella che assomiglia maggiormente a una virtù”. (Sallustio).

Visto al Cimitero militare germanico della Futa l’11 agosto 2016

Tommaso Chimenti, Giulia Focardi 30/08/2016