Pro Archivio Zeta In “Pro E Contra Dostoewskij”

Michele Montanari | 28/08/2019 | Gli stati generali

“Sono un uomo ridicolo.

Adesso poi loro dicono che sono pazzo…” F. Dostoewskij

 

In tempi di affannosa ricerca di distrazioni per un pubblico tanto ampio da garantire bilanci di sopravvivenza, un lavoro teatrale come Pro e contra Dostewskij scritto da Gianluca Guidotti e Federica Sangiovanni – ispirato a Il sogno di un uomo ridicolo e a I fratelli Karamàzov – può sembrare anacronistico, o quantomeno di infausto destino. La scena che ospita è il più grande cimitero militare in Italia, il Futa Pass di germaniche origini, costruito negli anni ’60 a mille metri di altezza, sulle curve dell’Appennino Tosco-romagnolo.

Per assistere allo spettacolo si sale fino al valico della Futa, si accede al cimitero per poi camminare tra sepolcri e crocifissi lungo un sentiero di arenaria che sale a spirale per un tempo sufficiente a pentirsene. Che ci faccio qui? ti puoi chiedere al termine della prima salita. Ripercorri l’angoscia e i paradossi di un Dostoewskij sempre vivo tra i vivi e i morti; redivivo ad ogni passo verso l’altare al culmine del percorso, un cortile in pietra serena sovrastato da un’ala screziata di marmi e rotte geometrie.

Non c’è nulla di divertente, che ti faccia divergere dallo stato di afflizione che puoi già aver maturato per tuo conto (anche senza conoscere Dostoewskij). Figure oscure lungo le murate sono in attesa; vieni sospinto a rimestare i pensieri più cupi, e per di più in salita e tra migliaia di morti che nemmeno lontanamente conosci. Ma proprio queste avversità del pensiero e i disagi del corpo e dell’anima, ti saranno cari alla fine del viaggio che avrai intrapreso, attratto dal richiamo di un grande critico della ragione, e dalla tenue brezza che alita sulla collina e tra gli aceri, la morte. Ti muoverai con lo svolgimento dello spettacolo assieme a un pubblico assorto e vario; sarà vagamente spettrale, ben studiato, in ogni minimo dettaglio; asciutto come la pietra che scandisce e riverbera le voci dei dialoghi e dei monologhi, nel doppio movimento contrapposto, salendo alla vetta assieme agli attori per scendere al sottosuolo di Fëdor all’aprirsi dei monologhi del protagonista. E’ intenso, ben calato nella parte dello scrittore; per un capriccio della sorte, Guidotti ha sul volto l’idea del grande russo: zigomi sporgenti, fronte alta e convessa, occhi allungati in due fessure scavate. Tutto torna.

Su e giù per la collina dove dormono oltre trentamila giovani soldati tedeschi, coi loro resti accorpati a due a due sotto pallide lastre allineate come gli anni.

Il sottosopra interiore è la promessa che questo lavoro sa di mantenere, nei pro e nei contro che contiene la non sempre agile drammaturgia; richiede una prova psico-fisica non accessoria, specie nel finale, tossico di incenso, cera bruciata e parole acuminate al crepuscolo dentro una cripta quasi buia. Ma poi, ti lascia addosso un piacevole stordimento, per certi aspetti catartico, l’ultima scena essendo quella del Cristo vibrante davanti al Grande Inquisitore (dal capitolo de I Fratelli Karamàzov che dà il titolo al lavoro). E’ quello il momento in cui il sacro entra in scena e cattura gli spiriti; il teatro diventa rito a-religioso, divinatorio, compensa la sacralità di cui respingiamo l’immanenza e la mancanza.

L’associazione Archivio Zeta fondata nel 1999 dai due attori e registi di quest’opera, ambienta al Futa Pass dal 2003 alcuni suoi lavori di estrazione classica, da Eschilo a Sofocle, seguendo la Linea Gotica e le sue memorie di guerra. Gli eccidi militari dell’epilogo bellico e quelli civili della Liberazione si declinano nell’ambito senza tempo della tragedia greca, e in questo ultimo lavoro nel dramma dualistico di Dostoewskij, tra i primi pensatori a strappare – con visionaria esaltazione – il velo del razionalismo illuminista dagli occhi dei contemporanei.

L’attività teatrale, civica e politica di Archivio Zeta ha trovato nell’ultima produzione un buon riscontro di pubblico e di critica. Questo lavoro denso di recitazione e di musica polifonica è stato molto seguito e continua a replicarsi anche nelle prossime giornate del 14 e del 21 settembre.

Pro e contra Dostoewskij ha saputo estrapolare dalla propria genetica un rituale laico o una preghiera efferata; ha dato voce a un autore maestoso e generato nuovi sguardi su luoghi annichiliti nella sola memoria storica, così rinnovati anche in quella civile.

Un lavoro – tra i tanti della compagnia ”impegnata nella conservazione del ricordo” – che supera la retorica commemorativa per muovere  il teatro su un suolo dove i momenti di silenzio e raccoglimento superano per intensità la stessa recitazione, a tratti dimessa, diffusa armoniosamente tra gli spazi eterei di un sacrario.

D’inafferrabile ampiezza, in questo luogo collettivo e intimo, il pubblico si fa simbolo di umanità; è sospinto a riflessioni verso un improbabile sempre possibile. Il coraggio di questo lavoro risiede qui, nell’invito al sacro e ai suoi contrari, alla rinascita di un pensiero capace di avanzare attraverso il dubbio.