Nella tragedia di Antigone una lezione per affrontare il virus

Claudio Cumani | 31/07/2020 | IL RESTO DEL CARLINO

Antigone ha trovato una nuova casa per aiutarci a riflettere sulla sua tragedia: è Villa Aldini. Un modo per raccontare quella scelta estrema da parte della giovane donna di dare sepoltura al corpo del fratello violando la volontà del re Creonte, un’occasione per rileggere una figura emblematica che ha attraversato i secoli. Lo spettacolo di Archivio Zeta avrebbe dovuto debuttare nel cimitero militare germanico del Passo della Futa, ma le autorità tedesche hanno deciso di impedire la rappresentazione per ragioni legate al Covid. E grazie al Comune le recite sono traslocate qui, inserite nel cartellone di Bologna Estate. Antigone/Nacht Und Nebel è il titolo dell’allestimento (la citazione tedesca si riferisce al decreto Notte e nebbia che Hitler emanò nel ’41) in scena da domani al 15 agosto nello spiazzo antistante la facciata della Villa alle 18,30 (cento persone a recita, lunedì e martedì riposo, prenotazione e pagamento solo on line su www.archiviozeta.eu/casa-editrice/biglietti, info dalle 10 alle 13 al 334-9553640). 1116 agosto, all’alba, le repliche si concluderanno con una simbolica processione al cimitero di Borgo Panigale, dove furono trasportati nel marzo scorso dai camion dell’Esercito i morti di Coronavirus di Bergamo.

«Un rito catartico – spiegano Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni, fondatori di Archivio Zeta – per dare loro, come insegna Antigone, una sepoltura». È la terza volta che la compagnia affronta, rileggendola, la tragedia di Sofocle perché quel mito, spiegano i registi-interpreti, «è un nodo sulla pelle di tutti». E aggiungono: «Il fatto che il Covid abbia impedito di accudire i malati, partecipare ai funerali e seppellire i propri morti, trova in questo testo di Sofocle un affaccio fondamentale. Lo scontro fra la legge della natura e ragion di Stato è sempre attuale». Ma chi è in realtà Antigone? «Una figura iconica che non ha né volto né corpo e che torna spesso nel nostro quotidiano, che rivendica il diritto alla resistenza e alla negazione. Niente di scandaloso: anche un teologo come Giuseppe Dossetti sosteneva l’opportunità di dire no. Lei ci offre un modo per riflettere sulle imposizioni subite, sui corpi malati e sul contagio legato alla violenza della natura». Come si lavora a Villa Aldini? «Bene. Il luogo è in parte occupato da migranti in attesa dei permessi e da una cooperativa che gestisce minori non accompagnati. Ci piace abitarlo e combattere l’emarginazione. Stiamo pensando a un progetto culturale fatto di laboratori, biblioteca, centri studio per rendere lo spazio, che Pasolini scelse nel ’75 per le riprese del film Salò, un cuore culturale attivo». Le parole cardine del vostro lavoro sono mistero, religione, mito. Ne esistono altre?

«Una preziosissima: rito. Tutti noi abbiamo bisogno di un rito culturale da condividere. È un modo per stare insieme».

Nelle note di regia citate la ricorrenza del 2 agosto. Perché?

«Non essendo stata fatta giustizia, ci sembra che anche in questo caso ci sia una mancanza di sepoltura».