La profezia di Ibsen

Gianfranco Capitta | 27/04/2013 | il Manifesto

Raggiungere il luogo dello spettacolo, che è anche sede di lavoro della compagnia, ha già un sapore iniziatico. Da Firenze si attraversa il Mugello (lungo i luoghi che furono di don Lorenzo Milani) e si arriva al passo del Giogo, e lì sul versante presto emiliano (un pugno di chilometri da Imola) si vede il grosso capannone in località Brendone. Prima stalla o pollaio, poi base di lavoro della linea d’alta velocità, ora incredibilmente teatro, lo Spazio Tebe, isolato sulla valle del Diaterna, appena consolato dal prospiciente agriturismo.

La compagnia Archivio Zeta è guidata da Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni: hanno cominciato da attori (scuola dello stabile di Torino) e lavorato in diversi spettacoli di giro (lui soprattutto con Ronconi). Hanno iniziato a fare in proprio spettacoli «strani», come quella Orestea al cimitero militare del passo della Futa. Ma questa volta annunciano un titolo di repertorio: Nemico del popolo, un classico di Henryk Ibsen (oggi e poi tutti i sabati e le domeniche di maggio, sempre alle 18, info: 334 9553640). Tutti sappiamo la assoluta contemporaneità a noi dello scrittore norvegese: i nodi familiari, il rapporto uomo donna, lo strapotere della finanza sulla vita privata delle persone sono problemi nostri quotidiani che lui ha individuato e raccontato più di cento anni fa. Nora Helmer in Casa di bambola, La signora Alving in Spettri, John Gabriel Borkman nella pièce che ne porta il nome.

Anche Nemico del popolo racconta una storia che ci riguarda oggi in maniera drammatica. Una cittadina norvegese ha restaurato e vuole rilanciare i suoi stabilimenti termali, che saranno fonte di occupazione e ricchezza per tutta la comunità residente. Il sindaco ne è fautore entusiasta, oltre che interessato. Ma quelle terme comportano un rischio di contaminazione ambientale molto forte, che metterà in pericolo la salute e la vita degli abitanti. Se ne accorge il fratello del sindaco, che è medico e collabora al giornale locale con degli articoli molto apprezzati. Prepara quindi la sua denuncia e la porta in redazione, aspettando per l’indomani l’uscita esplosiva della denuncia.

È facile capire che al dissidio lancinante tra lavoro e salute, si vada così a incrociare quello tra potere e informazione, due temi entrambi cruciali e drammatici nel nostro paese oggi. Il loro stretto rapporto diventa così l’elemento civile che scalda la presenza del pubblico lì. Guidotti e Sangiovanni hanno operato delle trasformazioni minime, quasi impercettibili nello svolgimento drammaturgico. Il fratello medico e ambientalista diventa una sorella con le stesse caratteristiche (a interpretarla è la stessa attrice e coregista, mentre Guidotti è il sindaco elegante quanto pronto ad azzannare chi si frapponga a quella facile fonte di arricchimento). L’altra variazione, che ci rende il racconto tristemente familiare, è quella dei dati sulle conseguenze tragiche dell’installazione industriale annunciata, che provengono dall’esperienza dell’Ilva di Taranto. Elementi che funzionano benissimo nel racconto, e che al tramonto danno il diapason di turbamento, quando dopo lo Stabat Mater si esce dalla redazione e dalla assemblea cittadina (inutile dubitare chi vincerà), dopo aver applaudito, in quel rito laico e bruciante, oltre ai due attori e registi, anche Alfredo Puccetti e Luciano Ardiccioni che ce l’hanno raccontato.