Iliade / poema della forza. Una maratona teatrale di Archivio Zeta – 2

Massimo Marino | 08/07/2017 | Corriere di Bologna / BoBlog

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Continua il mio tentativo di cronaca (quasi) in diretta dell’Iliade di Archivio Zeta, una maratona teatrale finita meno di un’ora fa, oggi domenica 9 luglio (leggi qui la prima puntata). Si ripeterà dalle 4.30 alle 20.30 domenica prossima, 16 luglio.

Qui narro gli ultimi canti del poema, lo scontro feroce tra Achille e Ettore, la morte di Ettore e l’incontro tra il Pelide e il vecchio Priamo che reclama il corpo del figlio, chiedendo pietà al vincitore. Interpretati dagli “aedi” di Archivio Zeta sulle rive del Reno, dalla parte opposta rispetto a dove avevano iniziato la storia del riotorno in campo di Achille, prima dell’alba. Le azioni, in un grande parco senza nome, in via Speranza, tra la costruzione avveniristica del Mast e il Reno dalle parti di Pontelungo, sono guidate dalle riflessioni di Simone Weil, filosofa, mistica e operaia, vissuta tra le grandi guerre e gli orrori del Novecento, sul “poema della forza”.

 

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Duello Ettore Achille. Ore 18.30, parco antistante Fondazione Mast

Zanzare e cicale. Cicale. Zanzare. Bambini che giocano, pensionati, padroni di cani, donne col velo e donne senza velo, spettatori. Il primo aedo, come nelle due parti del mattino, inizia con un pensiero di Simone Weil. Ma io lo lascerò per la fine di questa parte. Conduce sotto un gruppo di alberi, dove avverrà lo scontro tra Ettore e Achille, assistito dalla dea Atena, il destino che si scatena e scioglie l’eroe troiano, anche lui come il più fragile degli uomini, col terrore. Ettore non arretra, all’inizio. E poi all’improvviso sente che da qualche parte, lontana, arriva qualcosa. Il nibbio sulla colomba, la sorte funesta. Una maschera allibita, dai tratti stolidi, privi di caratterizzazione, di sentimento vitale, circola tra gli attori.

Come sempre nella polvere della violenza più brutale si aprono paesaggi che richiamano la pace perduta: qui sono due fontane, causa di delizia un tempo lontano. Ora ogni bene è sospeso. Il ritmo diventa incalzante, come il cocchio di Achille, come l’illusione di Ettore di poter riprendersi e reagire, ingannato, travisato dagli dei, da quelle voci interiori che a volte ci fingono capaci di rimuovere l’ambiguità del reale e le sue sconfitte in agguato.

Tu non hai via di scampo, sembra sapere il poeta. E la sfida rituale allo scontro finale, le parole per impaurire che Ettore rilancia, non sortiscono effetto: la Moira è in agguato. Achille rifiuta perfino l’ultima pietà chiesta dal morente: non lasciare il mio corpo ai cani! No, cane, non mi pregare!

 

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Percussioni. Caduta. Il morto è ricoperto con la maschera stolida, allibita, senza vita, prefigurazione nelle scene precedenti della morte che eternizza, cioè riduce le pulsioni, le intelligenze, i sentimenti in cose. Corpo trascinato nella povere dal cocchio del vincitore e marcia funebre dei musici per il tempo della pietas.

Il vero eroe, il vero soggetto del poema, diceva Simone Weil, è la forza, che sottomette gli uomini e li riduce in cose, in polvere. Il più bello diventa un cadavere. Prima c’è, poi non c’è più.

 

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Restituzione e sepoltura di Ettore. Ore 20.30, sul fiume reno.

Sul viale di questo parco stento, pieno di erba secca, senza cura. Il progetto di Best – Bologna estate chiede di far vivere la periferia, ma non basta ospitarvi spettacoli , in questa periferia, così trascurata, a rischio di ulteriore cementificazione (si era parlato di ampliare il parcheggio, in quel posto).

Riappare il libro della filosofa, e le sue parole. A ogni modo questo poema è una cosa miracolosa. Ogni uomo è soggetto alla tempesta della forza. Tutti quelli che vi soccombono sono considerati degni di rispetto.

 

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Ora dovrei raccontare il viaggio di Priamo, da una porta-scultura barbarica nel parco (c’è scritto “troia”, tra gli altri graffiti, ma non è la città dei Dardani, è un precipizio nell’osceno contemporaneo, con numero di telefono) al pratone sul fiume verso il Pontelungo degli anarchici di Bacchelli, sotto un grande albero, un’acacia dai lunghi baccelli. Dovrei raccontare come commuove il furioso vincitore, ricordandogli il vecchio padre. Come nemici giurati, nutriti d’odio selvaggio, siano in grado ancora di riconoscere barlumi di umanità, di ritrovarsi simili e nudi e sentano su tutti loro gravare il peso dell’ananke, del destino crudele.

 

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Campanelli metallici, violoncello, clarino. Si inginocchia il vecchio, prende le mani del guerriero. Piange Achille. Il tutto narrato. Ma vere lacrime di commozione erano scaturite, dagli occhi dell’attrice, alla fine della parte precedente, sul corpo di Ettore. Distanza, epica, evocazione di mondi lontani: ma per queste vie scoprire il coinvolgimento, la commozione. Gli spettatori sono rapiti. Partecipano alla (temporanea) riconciliazione, bevendo vino (al buio del mattino era thè, offerto sulla porta del cimitero). Il teatro è rito, è stupore, è viaggio. Porta. Nel passato, dentro di sé, nei fantasmi, in questa natura fragile, esposta che siamo.

Viaggia Priamo col corpo del figlio per i riti funebri sotto la porta di Troia. L’eroe, per quanto grande e magnifica sia la catasta che lo brucerà, sarà polvere sotto una pietra, avvolta, sì, in pepli preziosi, ma polvere dimenticata nei secoli. Non sarà cancellato il lamento della moglie Andromaca, e il volto del padre, di dolore. E neppure la storia. Miserere sulle ceneri.

Domenica si replica questo splendore. Se potete, non perdetelo, portate i vostri ragazzi. Tornerete voi, prima di tutto, ragazzi, al tempo in cui le favole erano meravigliose parole capaci di aprire paesaggi diversi per ognuno, di quelli che nessuna visione, imamgine, può dare. Paesaggi intimi. Dell’anima.

 

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Iliade, dal libro XVIII al XXIV del poema di Omero, traduzione Rosa Calzecchi Onesti, con conflagrazioni poetiche di Simoen Weil. Drammaturgia e regia Gianluca Guidotti, Enrica Sangiovanni. Musiche Patrizio Barontini. Aedi Enrica Sangiovanni, Gianluca Guidotti, Alfredo Puccetti, Luciano Ardiccioni. Percussioni Luca Ciriegi, violoncello Francesco Canfailla, fiati Gianluca Fortini. Organizzazione Luisa Costa. Produzione Archivio Zeta, nell’ambito di Best-Bologna Estate