Antigone o dei morti in mare

Massimo Marino | 02/08/2018 | Doppiozero

Non racconterò nei dettagli l’Antigone, da Sofocle, di Archivio Zeta. Più volte ho descritto il loro teatro tra i monti, in quel luogo unico che è il Cimitero militare germanico della Futa, dove riposano gli invasori, più di 30.000 militi tedeschi spesso dell’ultima leva, le classi dal 1920 al 1925, morte nel 1944-45 a 20 anni o poco più. Luogo della pace dopo la hybris, luogo carico di una memoria che riguarda anche una rimozione: la pacificazione dopo la guerra, e la costituzione dei cimiteri di guerra tedeschi, furono possibili anche in virtù del ruolo di diga che la Repubblica Federale Tedesca assumeva contro il blocco sovietico, e fu questo il motivo, per esempio, dell’occultamento per anni della documentazione della strage di Monte Sole.

Archivio Zeta ha realizzato vari classici antichi (e non solo), in quel luogo, uno all’anno da 15 anni (qui potete leggere le recensioni di Orestea e Macbeth). Quest’anno ad Antigone la compagnia ha dedicato un progetto particolarmente ampio, Antigone nella città, con un’anticipazione delle repliche alla Futa in luglio e con incontri, dialoghi, memorie a Bologna in vari lunedì di luglio presso la Biblioteca delle donne. Il tema è quello dell’obbedienza, anzi, secondo una frase di Hannah Arendt, il fatto che “nessuno ha il diritto di obbedire”.

Antigone, ph. Franco Guardascione.

Lo spettacolo, come sempre, si snoda tra teorie di tombe di militi ignoti o nominati, tra campi, prati, nuvole e odori di erbe di montagna, nutrito dal respiro del vento degli Appennini. Sale verso il sacrario, sormontato da scultura simile a vela di pietra o ad ala piegata nello spiccare il volo. Si distende in vari spazi verso l’alto, per ritornare a concludersi in basso, nella notte e nebbia (così il sottotitolo, una citazione wagneriana), perdita di innocenza e di individualità nell’inumano massacro. La fedeltà al testo di Sofocle delle prime stazioni di quest’opera itinerante diverge nella parte finale, dopo che Antigone è entrata, senza più nome, nella tomba destinatale da Creonte per aver disubbidito alla legge del sovrano (quando si chiude la porta della pietra dove l’eroina è sepolta viva, un velo bianco e rosso volteggia libero a lungo a lungo nel vento…).

Qui non c’è dialettica tragica dell’originale, non c’è la micidiale contrapposizione tra due forze, la fedeltà agli affetti e al ghenos contro l’impersonalità della legge, la pietà contro la ragion di stato, un conflitto che trasuda sangue in assenza di spirito di ascolto, di conciliazione. Qui siamo tutti dalla parte di Antigone, che diventa l’emblema dei morti senza nome nel Mare Mediterraneo, evocati da versi efficacissimi della giovane poetessa Angela Tognolini, che nel finale si sovrappongono al testo di Sofocle

Antigone, ph. Franco Guardascione.

Lo spettacolo brucia qualche nesso drammaturgico, con l’apparizione di un Tiresia hippie, voce della follia vicina a una ragione profonda della terra, cantante, quasi una controfigura con chitarra di Shel Shapiro dei Rokes. Oppure con un Creonte disperato per la sua tragica solitudine, senza che siano morti il figlio Emone e la moglie Euridice, tagliati per fare spazio alla nuova parte. Non importa: la testimonianza dell’orrore di quei morti senza nome rappresentati da veli neri allineati come altre tombe senza corpo è la parte forte di questo viaggio. Un’altra coscienza emerge, durante lo spettacolo e alla fine di esso. Certo, la storia, la trama, è importante, ma ancora di più lo è quel camminare insieme, tra il verde e le tombe, tra gli alberi e i monti, come in una processione, in un moderno laico funerale: creare, con i piedi e con l’ascolto, un corpo unico, un respiro, che sostituisca le nostre solite solitudini. Creare comunità, temporanea, solidale, stringerci in quel luogo di dolore contro l’orrore, il dolore, il massacro degli inermi, la riduzione a numeri senza volto di persone, nella guerra, sui mari della disfatta della nostra umanità. Rendersi luogo, per accogliere, oltre il furore del mondo, il bisogno di sepoltura, di ascolto, di cambiamento. Teatro della compassione, del patire con, dello stare, sentire con qualcuno, più che teatro politico, vero teatro necessario per la nostra disastrata polis.

Thioro si può vedere dall’autunno in tournée.

Antigone va in scena alle 18 al Cimitero militare germanico del Passo della Futa fino al 19 agosto, con una replica all’alba, alle 5.30, il 15. Prenotazioni 334/9553640.