Iliade

poema della forza

di Omero

Iliade

poema della forza
di Omero

Chi aveva sognato che la forza, grazie al progresso, appartenesse ormai al passato, ha voluto vedere in questo poema un documento; chi sa discernere la forza, oggi come un tempo, al centro di ogni storia umana, vi trova il più bello, il più puro degli specchi. La forza è ciò che rende chiunque le sia sottomesso una cosa. La straordinaria equità che ispira l’Iliade non ha avuto imitatori. A malapena ci si accorge che il poeta è greco e non troiano. L’Iliade fu l’unico vero testo dell’epopea occidentale, suoi soli continuatori furono Eschilo e Sofocle. Gli uomini ritroveranno il genio epico quando sapranno credere che nulla è al riparo dalla sorte, quindi non ammirare mai la forza, non odiare i nemici, non disprezzare gli sventurati. È dubbio che ciò sia prossimo ad accadere.

Simone Weil – Iliade, il poema della forza 1940

dal Libro XVIII al XXIV dell’Iliade di Omero

traduzione Rosa Calzecchi Onesti

conflagrazioni poetiche Simone Weil

drammaturgia e regia Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni

partitura musicale Patrizio Barontini

aedi Enrica Sangiovanni, Gianluca Guidotti, Alfredo Puccetti, Luciano Ardiccioni

percussioni Luca Ciriegi

violoncello Francesco Canfailla

fiati Gianluca Fortini

 

organizzazione Luisa Costa

ufficio stampa Pepitepuntocom

grafica WebLogoDesign

foto Franco Guardascione

produzione archivio zeta

 

si ringrazia

ERT Emilia Romagna Teatro

Policlinico S.Orsola-Malpighi

Les Libellules Studio

 

ILIADE fa parte di Best – La cultura si fa spazio, il cartellone di attività promosso e coordinato dal Comune di Bologna

Il poema della forza da levante a ponente, dall’alba al tramonto, dal Savena al Reno, una lama tesa sul decumano massimo alla scoperta di quattro non-luoghi della città.

Archivio Zeta propone per l’estate 2017 uno sguardo inedito su Bologna, un viaggio di conoscenza e di perlustrazione, un attraversamento della città da est a ovest scandito in quattro tappe a cui corrispondono quattro episodi dell’Iliade di Omero.

Percorsi drammaturgici: fabbricazione duello uccisione riscatto compianto sepoltura

La struttura drammaturgica di questi quattro episodi è costituita dall’ultima parte dell’Iliade, dal Libro XVIII al XXIV: quella che comunemente viene intesa come Achilleide, dal momento in cui Achille, dopo l’uccisione del compagno Patroclo, decide di tornare a combattere. Partiamo dalla fabbricazione delle armi di Achille che Efesto costruisce su richiesta di Teti, per passare al duello Achille/fiume Scamandro, dove è la natura stessa che si rivolta contro la violenza (Libro XXI); ci innestiamo quindi nel poderoso duello Achille/Ettore fino alla sua tragica uccisione (Libro XXII).

L’ultima parte si concentra sul riscatto del corpo di Ettore da parte del padre Priamo che di notte si reca alla tenda d’Achille; qui avviene il compianto: Priamo piange il figlio morto, Achille piange guardando Priamo che gli ricorda suo padre.

Priamo riporterà a Troia il corpo del figlio per la sepoltura (Libro XXIV).

Un nuovo tentativo di teatro di parola: a verso a verso, andando a capo quando il senso è finito. Provando ci accorgiamo per simpatia, per assonanza, che ILIADE è ancora lettera viva se chi dice o ascolta è vigile, disponibile. Questa è una battaglia, una sfida della poesia contro l’assuefazione, contro l’ignoranza, contro tutto ciò che è offesa al mondo. Proviamo a dire i versi di Omero voltati in italiano da Rosa Calzecchi Onesti (grazie all’infaticabile cura editoriale di Cesare Pavese) e ad imbastire con ago e filo una geometria ritmica di duelli verbali: s’impara la lima e la pazienza: a mettere in connessione la lettera con la vita, con la realtà, a dargli forma, pensiero, anima e immaginazione e a osservare come lievita un pane di parole o come si leviga un legno carico di versi o come si zappa un campo irto di accenti. Verso a verso come corpo a corpo, come duello, testo/aedo, che poi dopo il duello si fa coro e quindi polifonia condivisa: fiumi ascoltare!

 

Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni

Una lunga giornata estiva ad inseguire il sole nell’intero suo arco, senza mai abbandonare l’asse decumano. Il rito culturale comincerà al Bologna War Cemetery, piccolo cimitero dei caduti di guerra del Commonwealth che pochi conoscono, accanto al più famoso, visibile e retorico Cimitero dei Polacchi, un semplice lembo di verde al confine tra Bologna e San Lazzaro: in questo spazio attenderemo il nascere del sole con lo sguardo a est, seduti sul prato, nei pressi del Savena, ascoltando Efesto che fabbrica lo scudo di Achille e Teti che descrive lo scudo-cosmo che consegnerà al figlio.

Per la seconda tappa il pubblico si sposterà sull’asse del decumano massimo verso il centro e arriverà a lambire idealmente le mura, immergendosi nei nuovi sotterranei del policlinico Sant’Orsola, intreccio di tubature e cavi, fiume carsico artificiale che scorre sotto tutto l’ospedale: unica tappa al chiuso, senza sole, in cui si narra la devastazione che Achille compie nei confronti della natura e il fiume che si rivolta, prende parola, e assumendo sembianze umane sfida a duello l’eroe.

Dopo una pausa per riposarsi nelle ore più calde, saltando a piè pari il centro storico, la terza tappa si svolgerà nel parco antistante al MAST, un percorso verso il fiume dove Achille e Ettore si inseguiranno sul perimetro del campo di battaglia, Ettore diventerà una cosa, come dice Simone Weil.

Per l’ultimo episodio il pubblico verrà guidato lungo il parco attraverso un sentiero nel verde, dove si arriva a una Porta di pietra, una sorta di Porta dei Leoni da periferia urbana contemporanea affacciata sul nulla del Reno e del tramonto. Superata la porta con in faccia l’ultimo sole, il pubblico verrà disposto sul prato in un leggero declivio che guarda lo scorrere del fiume e un canneto: siamo alla tenda di Achille dove il vecchio Priamo andrà a reclamare il corpo di Ettore trasformato.  Siamo agli ultimi fuochi, l’ultimo rogo e l’ultimo falò di una civiltà che brucia in riva al fiume. Ad occhi aperti aspettiamo la notte. Siamo alla fine del poema, alla fine della riflessione, alla fine di un antico discorso urbanistico inscritto tra due fiumi, con la schiena esattamente apposta al nostro io del primo mattino ma nello spazio opposto e alla fine del ciclo. Tutto era cominciato con gli occhi rivolti al nascere del sole aldilà dei pioppi sul Savena, adesso il sole cala dietro al ponte, ai palazzi, aldilà del Reno. Un rito che propone una riflessione sulla ciclicità del tempo ma anche una visione topografica inedita, seppur antichissima, della città.

(tre luoghi su quattro non compaiono nemmeno sulle mappe e non hanno nome…)

Gli aedi diranno questo antico poema della forza, cercando in ogni spazio riverberi e risonanze, geometrie e segni, accompagnati in ogni luogo da una partitura sonora fatta di percussioni, fiati, archi. La partitura sonora sarà composta da Patrizio Barontini ed eseguita dal vivo. Sia aedi che musicisti non avranno amplificazione né verrà mai utilizzata illuminazione artificiale. Questa maratona, come insegna il teatro greco, farà a meno dell’elettricità.

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