“Gran teatro anatomico” di Archivio Zeta

data:

05/11/2025

Testata:

Stati d'eccezione

Autore:

Graziano Graziani

Argomento

GRAN TEATRO ANATOMICO

L’Istituto Ortopedico Rizzoli si trova sulle colline bolognesi a pochi passi da Porta Castiglione. Nella sua parte storica è un gioiello architettonico di fine ottocento che si innesta su un monastero del quattrocento e che dispone di biblioteche, refettori e altre sale che affascinano per la loro estetica da tempio del sapere. La compagnia teatrale Archivo Zeta – ovvero Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti – da tempo lavora sulla potenza evocativa dei luoghi e ha scelto di ambientare lì il suo «Gran Teatro Anatomico», un viaggio a tappe che, stanza per stanza, intreccia le vicende di due anatomisti olandesi, Philippe Verheyen e Regnier de Graaf; di Josephine, la figlia di Angelo Soliman, schiavo nero che divenne poi dignitario di corte, ma alla sua morte fu spellato e tassidermizzato per essere esposto come mumma di “selvaggio” dall’imperatore austriaco Federico II; e infine della sorella di Chopin, che trasporta il cuore del musicista da Parigi a Varsavia. Sono alcune delle storie contenute nel romanzo di Olga Tokarczuk “I Vagabondi”, ripensati per una versione teatrale che intreccia questioni legate al corpo e al dominio sul corpo, con tutto il corollario di discriminazione – razziale, di genere, di classe – che questo esercizio ha storicamente comportato.

Ma quello che rende prezioso questo lavoro di Archivio Zeta è una duplice tensione rispetto all’universo positivista, all’utopia scientifica dell’era moderna e del 19mo secolo (le storie si dipanano tra sei, sette e ottocento). Da un lato l’evocazione, che risulta vertiginosa grazie a uno spazio che è stato davvero abitato da quelle tensioni e grazie a una recitazione in costume che è sì estroflessa – volutamente teatrale, per abitare uno spazio non deputato alla rappresentazione – ma anche sorprendentemente fantasmatica, in grado di rendere cioè presente l’assente, capace di risvegliare l’invisibile che abita tra i volumi, i mappamondi, gli scranni in legno, gli atlanti di anatomia (in scena, oltre a Guidotti e Sangiovanni, ci sono Giuseppe Losacco, Andrea Maffetti, Ermelinda Nasuto).

Dall’altro lato, però, si intravede anche tutta la dimensione sinceramente utopica della ricerca scientifica, dell’umanesimo che la sosteneva, del respiro universale che la innervava come una ragnatela, così come i fanno i disegni dei vasi sanguigni negli arti delle tavole anatomiche. Tra amputazioni e studi febbrili si rinviene la traccia di una sete di sapere che ha spinto gli esseri umani verso una delle pagine più straordinarie della storia della specie (quella del progresso medico-scientifico), vista in controluce assieme alle sue contraddizioni. E quando queste emergono – come nella battaglia di Josephine per dare degna sepoltura al padre – diviene evidente che non è tanto il sapere occidentale di per sé ad essere problematico, quanto il suo utilizzo come strumento di potere. Giacché il potere è sempre la questione delle questioni quando si tratta di scandagliare le relazioni umane, tanto più quando queste hanno a che vedere con il corpo.

Il «Gran Teatro Anatomico» è un grande e fascinoso circo del sapere, un’esplorazione onirica dell’archeologia positivista, e fa in questo nostro tempo convulso ciò che il teatro dovrebbe porsi come primo obiettivo: indaga le contraddizioni senza abbandonarsi alla tentazione semplicistica della polarizzazione. Senza avere paura di maneggiare l’ambiguo.

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[visto a Bologna, Istituto Ortopedico Rizzoli]

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GRAN TEATRO ANATOMICO

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