Il gran teatro tra i monti di Archivio Zeta

Massimo Marino | 27/08/2012 | DoppioZero

Stanchi dei rituali esausti della società teatrale, della ricerca affannosa di sovvenzioni, Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti una decina d’anni fa se ne fuggirono tra i monti, per sperimentare un loro teatro in mezzo alla natura. Allievi di Luca Ronconi e di Marisa Fabbri, abbandonarono le capitali degli stabili. Incontrarono altri maestri come gli appartati Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, e poi Paolo Benvenuti. In cerca delle possibilità di un pasoliniano “teatro di parola” che fosse cartina al tornasole di una nuova coscienza civile, fondarono Archivio Zeta, iniziando nel 2003 a fare spettacoli sull’Appennino, in un luogo di suggestioni immense e stridenti, il Cimitero militare germanico del passo della Futa, tra Bologna e Firenze.

Quella collina lungo la Linea Gotica, piena di lapidi di 30.000 soldati morti col passo dell’invasore, culmina in un sacrario simile a un’ala ripiegata. In quella specie di tormentato Walhalla che pare disegnato da Adolphe Appia, lo scenografo che sognò un Wagner astratto, dal 2003 hanno organizzato, ogni agosto, la rappresentazione di una tragedia antica. Quest’anno hanno concluso l’Orestea di Eschilocon l’ultima opera del ciclo, Eumenidi (la trilogia completa sarà allestita l’estate prossima). E subito prima hanno inaugurato con Edipo re, un lavoro già messo in scena a Segesta e al teatro romano di Fiesole, uno Spazio Tebe tra i monti della pietra serena, nel territorio di Firenzuola, alta valle del Santerno. In quello spoglio capannone diviso in due ambienti, adibito a deposito durante i lavori della linea Bologna-Firenze dell’Alta Velocità, invitano il pubblico, finché il tempo lo consente, a vedere i loro spettacoli e poi, magari, a fermarsi a cena nel vicino agriturismo Brenzone.

I loro sono spettacoli totalmente autofinanziati, retti da una passione forte e da una capacità compositiva straordinaria. Hanno creato un gruppo di attori tra la gente del luogo, rafforzandolo con la collaborazione di amici musicisti. Fanno un teatro senza microfoni, acustico, dal vivo, che scava i testi, li rivolta, li trasforma in problemi per i nostri tempi rifuggendo le attualizzazioni, in cerca del cuore ancora sanguinante del mistero antico. È un teatro straordinario, insieme raffinatissimo e popolare, ricco di un’intelligenza epica che estende i testi con le immagini, con la composizione spaziale e fisica, e riporta l’azione a macchina per far risuonare più a fondo le parole e tradurle in idee, in ipotesi per discutere la realtà e la psiche profonda.

In Eumenidi si racconta di Oreste perseguitato dalle Erinni, dee arcaiche vendicatrici. L’eroe ha ammazzato la madre, per vendicare l’assassinio del padre Agamnennone, in una spirale di vendette che sembra senza soluzione. Proprio in quest’ultima tragedia saranno gli dei, Apollo e Atena, a assolvere un Oreste invecchiato nel tentativo di una difficile purificazione: istituiranno il primo tribunale, proclamando così che deve essere la società a sanzionare la colpa e che il sangue e la discendenza del padre sono più importanti di quella della madre, affermazione del patriarcato che impronta la società greca classica. Archivio Zeta fa delle Erinni donne vestite di nero che sembrano uscite da un film di Dreyer; conduce nel buio del cuore del sacrario del Cimitero, tra suoni stridenti di lamiere suonate come violini, percussioni e fiati, come nelle ossessioni di un Oreste interpretato dallo stesso attore che aveva incarnato due anni fa il vecchio padre Agamennone (Luciano Ardiccioni). Poi, in cima al sacrario, tra i monti, assisteremo al teso dibattito sulla colpevolezza del vendicatore, con il sole che volge al tramonto. La discussione, con parole scandite, allargate, accelerate, scavate, si allarga allo spettatore, chiamato, con il sasso che gli è stato consegnato all’inizio, non a lapidare ma a votare la colpa o l’innocenza. E l’inganno è subito in agguato: la dea Atena (e Eschilo per lei) ha già deciso il verdetto: il primo atto di democrazia nasce dalla manipolazione dei risultati. Le Erinni, le donne vinte, si scioglieranno in abiti contemporanei nel pubblico, come a dire che l’antica questione, sospesa tra la soggezione della donna e la necessità di emendare il colpevole, di non toccare Caino, vive ancora dentro di noi. Sembra di partecipare a un rito civile, a una seduta che riguarda la psiche collettiva, oltre che a uno spettacolo emozionantissimo.

Edipo re è stato ripreso proprio in questi giorni, alla fine delle recite delle Eumenidi. E anche al chiuso dello Spazio Tebe Archivio Zeta dimostra la capacità di far rivivere parole antiche nelle nostre contraddizioni. Edipo diventa la tragedia di un potere illusionistico, magico, che vuol far credere di essere consacrato da una forza superiore, rivelandosi, nonostante il consenso di un popolo disposto a credere ogni cosa, fondato sul vuoto, sulla menzogna, sull’ignoranza. Con in più un senso drammatico di scoperta di qualcosa di sepolto, di rimosso, nelle profondità dell’individuo e a lui stesso ignoto. La nuova smagliante traduzione del giovane filologo Federico Condello viene scandita prima in uno stanzone vuoto, con due sole sedie, il trono per l’istrionesco protagonista e un’altra, più bassa, sulla quale si succedono il coro-popolo, un solo attore, Franco Belli, dal dire quotidiano, cantato, antico, solenne, popolare, confidenziale, e Creonte (il lunare Alfredo Puccetti), un buffo personaggio un po’ svampito, che entra con una musichetta felliniana, riportando il responso di Apollo senza averne capito le implicazioni. Successivamente si passa in un altro grande ambiente, attraversato da una passerella a forma di ipsilon, il trivio dove fu ucciso Laio, incrocio di traiettorie, di storie, di cose sepolte. La tragedia si svolge con scene che guardano al teatro orientale, ma anche ai film di Pasolini dedicati al mito, con arrampicate e imprecazioni verso un piano superiore vuoto dove sarebbero gli dei, artefici di questi infiniti inganni, e uscite verso una porta dove gli attori si cambiano d’abito per entrare come altri personaggi, come un precipitare di segni inascoltati verso la rivelazione devastante. La recitazione, tra percussioni, clarino e clarinetto basso (Luca Ciriegi, Fabio Bonora), avvolge, emoziona e raffredda, straniando, inducendo al giudizio e trasportando dentro gli abissi dell’individuo. Gli inviti del coro al ragionamento, a attendere i testimoni, smussano sempre i momenti più bollenti, ma poi subito la coscienza vigile si mescola col sogno, con la memoria nebbiosa, con la paura. Il tentativo di Edipo di sottrarsi alla sorte, di costruirsi come umanistico artefice del proprio destino, fallisce, riportandolo alla inestirpabile maledizione della stirpe. Una rossa zimarra appesa che sbarra la strada rappresenta il corpo di Giocasta impiccatasi: Edipo, rovesciando lo scettro in bastone da pellegrino, la scosta e con una culla-corazza trasformata in gerla si avvia verso la fredda luce esterna del tramonto, verso “il Citerone”, ritornando a quel luogo selvaggio, misterioso, dove fu esposto bambino. E noi siamo con lui, nudi di fronte al mistero di quello che avremmo voluto essere e di ciò che siamo, nonostante e a causa di noi stessi. Il testo rivive urgente nell’intelligenza interpretativa, nella finezza attoriale; la tragedia antica diventa uno degli spettacoli più belli, forti e coinvolgenti di teatro contemporaneo visto nelle ultime stagioni.