Archivio Zeta – Progetto Linea Gotica
sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi
SETTE CONTRO TEBE
ovvero ogni guerra è guerra civile
di Eschilo
progetto teatrale diretto da
Gianluca Guidotti
Enrica Sangiovanni
con
Enrica
Sangiovanni
Gilberto Colla
Andrea Sangiovanni
Gianluca Guidotti
Alfredo Puccetti
Giulia Baracani
Costumi
Anne Solgaard
Foto
Franco Guardascione
Produzione
Archivio Zeta
note di regia
Dopo I Persiani abbiamo scelto di mettere in scena Sette
contro Tebe perché le due tragedie di Eschilo
formano un dittico naturale: la prima è ambientata
presso la tomba di Dario il Grande e parla di un antico
scontro di civiltà, quello tra il grande impero
persiano ed Atene, e di una distruzione, quella del
glorioso esercito persiano guidato da Serse nella battaglia
di Salamina del 480 a.C.; la seconda ha come protagonista
una città sotto assedio, una città ‘minata’
e come tema cardine lo scontro fratricida tra Eteocle
e Polinice.
Dopo la tragedia dei vinti lavoriamo sulla tragedia
dei fratelli. Dopo lo scontro tra Oriente e Occidente,
lo scontro di guerra civile.
Pier Paolo Pasolini a proposito della sua traduzione
dell’Orestiade eschilea diceva: “Mi sono
gettato sul testo a divorarlo come una belva, in pace:
un cane sull’osso, uno stupendo osso carico di
carne magra, stretto tra le zampe, a proteggerlo, contro
un infimo campo visivo.” A partire da queste radici
si provano innesti per nuovi frutti di Teatro di Parola.
Il prologo ripiglia il Brecht dell’Antigone: “inconsueto
può sembrarvi l’elevato linguaggio dell’opera
poetica che qui rappresentiamo” , l’epilogo
è il finale de La casa in collina di Pavese.
Nel mezzo lo stupendo osso di Eschilo. Noi ci gettiamo
sul testo come su un legno dalle antiche venature, a
lavorarlo e a ridirlo con caparbietà e umiltà.
Cerchiamo di cogliere la potenza delle arcaiche note
di Eschilo e l’eco di quei versi, ‘irripetibili’
per pietà e umanità, sta alla base della
nostra riflessione sulla cultura occidentale. In scena
solo protagonista, deuteragonista e coro: è la
tragedia più arcaica, quella più tesa,
febbrile, magra. È una lama affilata. Una proposta
teatrale spoglia in cui si possono restaurare e mettere
in luce i segni ancora validi e ancora presenti di un
racconto che parla di noi, dei nostri sciagurati anni:
Tebe come Milano o Berlino 1945, Tebe come Sarajevo
1992 o Grozny o Kabul o Baghdad o New York o…Tebe
come Tebe: ipotetica cavea in cui si recupera l’umanità
offesa, la fratellanza oltraggiata, cadaveri ricomposti
nella dignità della pietà, nel cielo limpido
della catarsi. Non c’è vincitore e la sofferenza
è un archetipo genetico che ci tiene legati alle
parole di questo mito. Il respiro tragico è una
morsa e questo vecchio legno contiene immagini sublimi:
Tebe è per tutto il tempo dello svolgimento una
nave in tempesta, una barca che fa acqua, Eteocle è
timoniere solo, terribilmente isolato nella sua coerenza
suicida e omicida. Solo il finale ci dirà che
la sua lotta è una lotta fratricida, civile.
E questa terribile dissonanza risulta un accordo della
guerra e della morte. Un uomo nuovo nasceva nel teatro
di Eschilo, un uomo la cui nascita sarebbe dipesa indissolubilimente
da una morte cupa e grave, e la cui esistenza per essere
tale avrebbe dovuto, per forza di cose, nutrirsi di
una nuova civiltà. I versi di Eschilo sono la
materia viva dello spettacolo e sono anche la scenografia,
lo spazio, il terreno dello scontro: niente abbellimenti
o idee nuove, niente di falsamente greco, niente di
posticcio. Niente Chiacchiera e niente Gesto o Urlo
ma un teatro che è, secondo il manifesto di Pasolini,
rito culturale. Dal confronto diretto con la materia
drammaturgica, dalla lima e dalla pazienza, nascono
il tono giusto e le idee per la direzione degli attori.
Come nei teatri greci, la tragedia è recitata
senza altro se non la presenza degli attori e del Coro
che dicono la Storia di ‘un’altra distruzione’
dell’umanità. La tragedia greca ci insegna
l’essenziale. Cerca di descrivere ciò che
non si vede. L’azione è nel logos.