Archivio Zeta – UOMO/TECHNE
PROMETEO INCATENATO
di Eschilo
tradotto e diretto da
Gianluca Guidotti
Enrica Sangiovanni
musiche originali di
Giovanna Marini
con
Luciano Ardiccioni
Alfredo Puccetti
Stefano Scherini
Enrica Sangiovanni
Elisabetta Mascitelli
Giulia Baracani
Franco Belli
Gilberto Colla
Gianluca Guidotti
assistenza musicale e direzione del coro Francesca Breschi
maschera Mario Serra, Ottana
costumi Anne Solgaard e Tina Visco
allestimento scenico Nancy Kaczmarek
foto Franco Guardascione
organizzazione e ufficio stampa Switch - social creative network
progetto grafico Andrea Sangiovanni
assistente di scena Niccolò Livi
Produzione
Archivio Zeta
note di regia
Il testo: la tragedia del fuoco
Dopo il nostro lavoro sulla tragedia al Cimitero Militare Germanico del Passo
della Futa con la messa in scena de I Persiani (2003) e Sette contro Tebe (2005)
di Eschilo e Antigone (2006) di Sofocle, lavoro che ha posto in relazione la tragedia
greca con la storia della Linea Gotica e la contemporaneità, la nostra
ricerca si estenderà nel corso del 2007/2008 al Prometeo incatenato di
Eschilo.
Ritorniamo ancora ad Eschilo e alla sua parola poetica perché il nostro
metodo di lavoro cerca ogni volta di fare piccoli grandi passi in avanti o indietro
o intorno alla materia che ci è cara e forse inesauribile. Qui ci troviamo
di fronte alla tragedia che meglio sintetizza il nostro percorso di questi anni:
il recupero del peso della parola tragica inscritta in una partitura, il rapporto
tra l’uomo e la natura e quindi lo spazio, il graduale discernimento di
un testo complesso, arduo, che ci deriva da lontano ma che ci porta lontano nel
pensare il mondo di oggi. Se nei quattro anni precedenti la tensione è
stata storico-civile adesso la contesa sarà tra uomo e techne, tra progresso
e sviluppo.
Eschilo conduce il nostro teatro verso le domande ultime, nelle lande desolate
della Scizia, pone in essere il contrasto della materia e delle idee. Non ci sono
più personae ma forme della mente, aggregati cellulari che parlano con
l’andamento e la forza di Eschilo.
La colpa di Prometeo è di aver insegnato la tecnica agli uomini rendendoli
da infanti quali erano, razionali e padroni della loro mente, e per questo viene
incatenato alla roccia, privato della libertà e condannato a soffrire in
eterno.
Il nodo tragico che viene alla luce con la figura di Prometeo è il conflitto
tra l’uomo naturale e l’uomo tecnico. Il libero arbitrio e la lotta
titanica di Prometeo affermano questo dissidio archetipico. L’uomo è
destinatario di tecniche e scienze e se ne potrà servire per l’evoluzione
della specie. Abbiamo scelto questo antico testo perché in esso è
contenuto un magma ancora incandescente, i lapilli portano la riflessione verso
la contemporaneità. Nessuna parola, nessun gesto, nessun personaggio di
Eschilo possono essere estranei alla civiltà occidentale perché
il suo pensiero è costantemente proteso in avanti: è riflessione
mitica sull’uomo, la natura, e l’inscindibile rapporto che li tiene
legati.
Il luogo: Sasso di San Zanobi
La scena naturale scelta per il debutto (agosto 2008) è il Sasso di
San Zanobi, ubicato poco dopo il passo della Raticosa, nel territorio del Comune
di Firenzuola in provincia di Firenze, suggestiva parete di roccia preistorica
che si staglia nel paesaggio superbo dell’Appennino tosco emiliano. Abbiamo
deciso di ambientare Prometeo incatenato al Sasso di San Zanobi perché
questo è Caucaso, la Scizia eschilea, luogo alla fine del mondo, itinerario
fuori dalle rotte consuete ma da riscoprire, a pochi chilometri da Firenze e
Bologna. Fare teatro in luoghi simbolicamente importanti è una sfida
al teatro stesso ma è anche esperienza e rivelazione perché quelle
parole antiche messe in relazione con quei luoghi parlano nuovamente con la
forza e la necessità con cui sono state scritte. E i luoghi tornano ad
essere animati da presenze ed emozioni che un tempo transitavano lungo i crinali.
Infatti il Sasso di San Zanobi è stato meta di pellegrini e fonte di
leggende, per il suo singolare colore e la sua particolare conformazione.
Prometeo sarà incatenato alla rupe nera, alla parete olifitica (dal greco:
pietra di serpente, per il colore delle striature verdastre e violacee).
Siamo immessi nella natura, in un teatro che è crosta oceanica in appennino
e da cui si avranno per epifania le visitazioni eschilee, Oceano stesso, il
coro delle sue figlie Oceanine, in un teatro che è eremo desertico e
che diventa sito di una dialettica naturale tra gli elementi: l’uomo è
protagonista, è al centro di una riflessione che non lo vede più
al centro: è un contrasto, una tragedia.
Lo spettacolo, come le nostre tragedie precedenti, sarà presentato a
luce naturale, prima del tramonto estivo. L’obiettivo è quello
di creare un evento culturale che, come la precedente esperienza con il progetto
Linea Gotica, possa attirare un vasto pubblico a riscoprire un luogo dimenticato
ma dal grande interesse storico e naturalistico.
Un legame forte con il territorio di Firenzuola e con il paesaggio dell’Appennino
tosco-emiliano. Punti di vista diversi che muteranno le nostre percezioni su
questo arcaico mito, molto affine alla nostra epoca, favola essenziale sulle
nostre origini e sulle nostre destinazioni futuribili.