Archivio Zeta – Progetto Linea Gotica
sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi
I PERSIANI
di Eschilo
progetto teatrale diretto da
Gianluca Guidotti
Enrica Sangiovanni
con
Enrica Sangiovanni
Stefano Scherini
Luciano Ardiccioni
Franco Belli
Andrea Sangiovanni
Alfredo Puccetti
Vieri Parisi
Fosco Fratti
Sandro Margheri
Giuseppe Orlandi
Gianni Piazza
Manuela Bernardi
Vanessa Billi
Elisabetta Borelli
Young-ha Choi
Sabrina De Luca
Monica Malvezzi
Rosanna Marcato
Composizione e direzione del coro
Edoardo Materassi
Costumi
Anne Solgaard
Foto
Franco Guardascione
Produzione
Archivio Zeta
note di regia
Abbiamo scelto di mettere in scena I Persiani al Cimitero
della Futa perché la tragedia di Eschilo è
ambientata presso la tomba di Dario il Grande e parla
di una guerra, quella tra il grande impero persiano
e Atene, e di una distruzione, quella del glorioso esercito
persiano guidato da Serse nella battaglia di Salamina
del 480 a.C..
Il cimitero ci è sembrato subito il palcoscenico
naturale per rappresentare questo testo: davanti alle
infinite lapidi e allo spazio vuoto che si dilata a
perdita d’occhio si avvertono immediatamente i
segni della guerra, il prezzo altissimo della barbarie
e l’infinito dolore che ogni vita interrotta porta
con sé. Fare di questa spirale di terra il luogo
in cui si pronunciano questi versi antichi ma ancora
presenti ci riporta alle parole lucide e scarne di Cesare
Pavese: ‘…ogni guerra è guerra civile:
ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione.’.
Allora questo monumento di pietra diventa la reggia
persiana, il campo di battaglia a Salamina ma contemporaneamente
lo spazio aperto della terra martoriata nella seconda
guerra mondiale e lo scenario ipotetico concreto delle
stragi future.
Eschilo in questa, che è la più antica
tragedia giunta fino a noi, mette in scena un fatto
realmente accaduto e al quale partecipò direttamente,
caso unico nella storia del teatro antico che si occuperà
da allora in poi solo di miti. E lo fa dando la parola
al nemico, ai vinti: i Persiani che in lingua greca
piangono il disastro della loro distruzione. L’eco
di quei versi, irripetibili per pietà e umanità,
è alla base della nostra riflessione e marca
il segno della nostra proposta teatrale.
Il vincitore, nell’arco di tempo della tragedia,
cede la parola al vinto, si immedesima in lui, soffre
della sua stessa sofferenza. Così facendo, il
respiro tragico si amplia e la riflessione sul dolore
insanabile dell’uomo diviene altissima: si invoca
una pietà arcaica, si chiede un superamento dell’identità
fine a se stessa, si sperimenta un riconoscimento sconvolgente
nell’Altro che muore per demolire in noi la nostra
stessa appartenenza.
Un uomo nuovo nasceva nel teatro di Eschilo, un uomo
la cui nascita sarebbe dipesa indissolubilimente da
una morte cupa e grave, e la cui esistenza per essere
tale avrebbe dovuto, per forza di cose, nutrirsi di
una nuova civiltà.
I versi di Eschilo sono la materia dello spettacolo
che, come nei teatri greci, è recitato alla luce
del tramonto, senza illuminotecnica e senza altro se
non la presenza degli attori e del Coro che dicono la
Storia di ‘un’altra distruzione’ dell’umanità.
Un testo che chiede un confronto spietato con il passato
doloroso di questo nostro Paese e il presente-futuro
che di nuovo e ancora mette in scena lo scontro violento
tra Oriente e Occidente. Uno spettacolo che parla di
scontro di civiltà, prima tappa di un percorso
tragico e filosofico sull’Occidente.