Archivio Zeta – Progetto Linea Gotica
sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano
ANTIGONE
di Sofocle
progetto teatrale diretto da
Gianluca Guidotti
Enrica Sangiovanni
con
Enrica Sangiovanni
Giulia Baracani
Luciano Ardiccioni
Alfredo Puccetti
Gilberto Colla
Andrea Sangiovanni
Gianluca Guidotti
Franco Belli
Niccolò Livi
Produzione
Archivio Zeta
note di regia
Potendo, si sarebbe fatto volentieri a meno di tanta
mitologia…dice Cesare Pavese, ancora una volta
tirato in ballo per questa trilogia, nell’ epilogo che
abbiamo scelto di dire a chiusura dell’intera trilogia. In realtà
non un epilogo ma una meravigliosa riflessione sul lavoro
che abbiamo tentato in questi quattro anni. Eppure non
possiamo fare a meno di scavare con la zappa e con la
vanga, di cercare in questo fertile terreno infinito.
Non possiamo proprio scansare, evitare Eschilo e Sofocle,
nostri contemporanei, nostri posteri, perché
tanta mitologia è il nostro codice genetico e
la sua lettura o decodificazione o possibile interpretazione
ti conduce ancora e sempre a nuova ricerca, a nuova
riflessione. Anche se non abbiamo nulla in comune con
gli sperimentatori, gli avventurieri, siamo usciti cambiati
da questo viaggio, da queste prove in montagna: la nostra
voce, il nostro modo di respirare, il nostro sole.
Dopo I Persiani di Eschilo, tragedia dei vinti, di scontro
di civiltà e Sette contro Tebe di Eschilo, tragedia
dei fratelli, di guerra civile, lavoriamo su Antigone
di Sofocle, tragedia del potere, delle leggi non scritte.
Il Cimitero ci propone lo spazio meglio e più
concretamente del teatro di Dioniso di Atene, modifica
lo sguardo e nello stesso tempo impone la sua regola,
il suo tragico controcampo. Questa trilogia insiste
sulla sepoltura del nemico come specchio della nostra
identità. L’attualità ci ributta
i pezzi di tanta mitologia con brutalità, con
cinica volgarità. Eschilo, Sofocle sono sempre
avanti, sono sempre i primi a insegnare il pensiero,
le idee. E Pavese accelera le assonanze, le connessioni.
Antigone pone, oggi, questi problemi. Sofocle porta
nel teatro della polis uomini e donne che si scontrano,
che si interrogano, che si annientano. In Eschilo c’erano
i larghi, le cantate, i dies irae, con Sofocle si abbandonano
gli spazi poetici assoluti e si entra nelle acque mobili
di un primitivo umanesimo: si producono i contrasti,
i combattimenti, le antinomie. Siamo in un dopoguerra
e Creonte è il nuovo capo: ha imposto come primo
articolo a questa strana Costituente una legge di empietà.
Da qui si genera la tragedia, il processo. Sofocle sembra
porre domande, si interroga su tutti i modi di essere
che porta sulla scena. Antigone, fuorilegge, con la
violenza dell’amore, si impone la fine perché
non pone le basi di un disegno di legge, non fa una
lotta per scrivere le leggi non scritte, ma si assume
il martirio suicida. Ismene è in ritardo, Emone
in anticipo. La guardia fa il resoconto per negazioni.
Tiresia parla ancora la lingua di Eschilo: questo nuovo
mondo non lo comprende più. Il Coro tesse una
tela da cui si intravede la mente di Sofocle: non ci
sono risposte ma una infaticabile e sublime dialettica.
Cerchiamo di rappresentare tutto questo perché
crediamo che solo un teatro di Parola, così come
è inteso da Pasolini nel suo Manifesto, abbia
oggidì ragion d’essere. Il resto è
pazienza artigianale: ringraziamo tutti gli attori per
la generosità, la dedizione, il rigore e l’amore
con cui danno corpo e voce a questo magnifico lascito
dell’antichità.
È a questa
terra e alla sua memoria che dedichiamo questo progetto.